| Accedi

Category Archives: Anniversari e Ricordi

Giuseppe Galasso e il Dizionario del Liberalismo Italiano, di Gerardo Nicolosi

Giuseppe Galasso è stato un amico dell’Istituto Storico per il Pensiero Liberale. Quando venne pubblicato il primo tomo del Dizionario del liberalismo italiano accettò senza riserve l’invito a partecipare come relatore alla sua presentazione, che si tenne alla Biblioteca della Camera dei Deputati nel 2012. Ciò non fu soltanto dovuto ai buoni rapporti esistenti con i direttori dell’opera e alla presenza tra gli autori delle voci di alcuni suoi allievi e di studiosi a lui vicini. Possiamo dire che si trattò di una condivisione quasi spontanea dei motivi ispiratori del Dizionario, da parte di chi, come è stato giustamente scritto da Eugenio Capozzi nel bel ricordo che qui pubblichiamo, può essere considerato come «il più diretto erede della scuola storiografica di Benedetto Croce». La presentazione del Dizionario fu dunque soltanto un pretesto per un incontro, quello tra Galasso e l’Ispli, da considerarsi inevitabile. E che in quella occasione non si trattò di una partecipazione di convenienza, come tante se ne vedono e dove si presentano libri che nemmeno si leggono, lo dimostrò l’inclinazione critica della sua relazione, ciò che non poteva non essere se si considerano le matrici intellettuali di Galasso. Sgombrò infatti subito il campo da ogni dubbio sul fatto che il suo sguardo sarebbe stato animato da spirito “irenico” – «in qualche punto sarò molto poco irenico», disse apertamente con sottile compiacimento da maestro – e si produsse in una vera e propria vivisezione del volume, soffermandosi sugli aspetti che lo avevano maggiormente colpito, su voci e autori che aveva letto con maggiore interesse, sui pregi e , ahimè, anche sui difetti dell’opera. Chi scrive, che è anche l’autore della Nota bibliografica pubblicata in apertura di quel volume, dovette incassare le critiche a proposito di alcune omissioni, di testi non citati e che invece a suo avviso andavano ricordati in sede di ricomposizione delle fonti edite negli ultimi venti anni per la storia del liberalismo italiano. La cosa ovviamente mi dispiacque molto, ma quando la sera ci ritrovammo a cena, in un ristorante di piazza Fontanella Borghese, uno dei luoghi di Roma cui è legata la vicenda complessiva del Dizionario del liberalismo italiano, probabilmente su indicazione di uno dei direttori mi chiamò al suo tavolo per farmi i complimenti per il lavoro “grosso” di coordinamento redazionale del primo volume. Oggi, dalla testimonianza del figlio, sappiamo che il Dizionario del liberalismo italiano , in particolare il secondo volume, è stato l’ultimo libro sfogliato da Giuseppe Galasso, trovato aperto sulla scrivania del suo studio alla pagina 831. Siamo andati a controllare, si tratta della voce biografica di Mario Pannunzio, che Galasso ha consultato con molta probabilità per la redazione del suo ultimo articolo sul “Corriere della Sera”, dedicato proprio al direttore del “Risorgimento liberale” e del “Mondo”. E riflettendo su tutto ciò, viene da pensare a quella Italia della ragione di cui scriveva Spadolini, che oggi ha perso un altro suo degno rappresentante.

Ricordo di Giuseppe Galasso (1929-2018), di Eugenio Capozzi

 

.La morte di Giuseppe Galasso ci priva di uno tra i più grandi storici italiani del secondo Novecento e del ventunesimo secolo.

Galasso è stato il più diretto erede della scuola storiografica di Benedetto Croce, e uno tra gli ultimi studiosi nel nostro paese – per non dire in Occidente – a sfuggire ad ogni strettoria specialistica, spaziando senza problemi dalla storia medioevale a quella contemporanea, dalla storia economica e sociale a quella istituzionale, politica e del pensiero filosofico.

Ma egli è stato erede di Croce anche in un altro, importante senso: in quanto è uno tra gli ultimi rappresentanti di una generazione di intellettuali per cui tra la vocazione agli studi storici e l’impegno civile esisteva una naturale continuità. Una continuità che però non implicava il sacrificio della deontologia dello studioso alla strumentalizzazione ideologica, ma piuttosto si fondava su un circolo virtuoso tra motivazioni etico-politiche e approfondimento scientifico (nella linea segnata proprio da Croce in La storia come pensiero e come azione), da cui entrambe le attività traevano linfa e giovamento.

Galasso ha vissuto questa profonda coessenzialità tra dibattito storiografico e politico fin dagli anni della sua formazione, quando, dopo la borsa di studio presso l’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli, entrò a far parte del circolo di intellettuali liberaldemocratici meridionali riuniti intorno alla rivista “Nord e Sud”, fondata da Francesco Compagna: tra cui Vittorio de Caprariis, Ugo La Malfa, Rosario Romeo e molti altri. Un circolo collegato a sua volta al gruppo del “Mondo” di Mario Pannunzio e a quello bolognese del “Mulino” in un unico, grande laboratorio di giovani menti appassionatamente dedite alla discussione su progetti per la modernizzazione e lo sviluppo di un’Italia alla prese con i problemi connessi ad una non facile integrazione con le società europee e l’Occidente industrializzato.

Omaggio a Gaetano Salvemini a 60 anni dalla morte.

Salvemini Gaetano (Molfetta 1873- Capo di Sorrento 1957)

Fabio Grassi Orsini

 

Può sembrare a prima vista una scelta azzardata quella di includere in un “dizionario del liberalismo” una voce  biografica su  S. , che fu sempre socialista per quanto “eretico” o al massimo un democratico-radicale “eterodosso”, anche se, se fosse rimasto negli Usa sarebbe stato classificabile come un “liberal”. Ad ogni modo, molto gli deve il liberalismo, con cui egli si confrontò in modo critico e qualche volta aspro e la democrazia liberale di cui fu uno strenuo difensore.

Nacque a Molfetta, da  una famiglia di piccola borghesia intellettuale collegata alla terra, rovinata dalla crisi agraria dei primi anni Novanta e schiacciata tra la grande proprietà e le classi popolari; il nonno  possedeva una paranza e delle vigne; il  padre Ilarione, era un ex volontario garibaldino, poi carabiniere ed istitutore in un collegio [Salvadori 1963, p.15]; la madre Manuela era una persona di forte carattere, una matriarca come erano spesso le donne pugliesi, che con la parsimonia e l’operosità riassestò le finanze familiari. Nella sua prima formazione giocarono alcuni fattori di carattere ambientale. Innanzitutto occorre tener conto il profondo rapporto con Molfetta, e con la Puglia,  che fu per lui un “laboratorio” di analisi sociologica, nonché teatro del suo impegno politico e verso la quale  ebbe sin dalla sua infanzia una relazione di amore-odio, che innestò, in un primo tempo, un processo di ribellione-rottura e successivamente di ritorno-trasformazione. La dignitosa miseria della famiglia pesò negativamente non solo sull’infanzia ma anche sulla prima maturità del giovane S. e spiega le posizioni radicali che contrassegnarono i suoi primi atteggiamenti politici  e morali. S. ebbe, come molti giovani di modeste condizioni sociali della sua generazione, la sua prima formazione culturale in un istituto religioso. Grazie all’intervento dello zio prete, fu ammesso al ginnasio-liceo, annesso al Seminario regionale di Molfetta. S. ricordò che la lettura delle Scritture lasciò in lui un segno indelebile: «La Bibbia, i salmi, le profezie, il vangelo, con la loro potenza morale e poetica, dettero al mio pensiero un grande graffio e mi aiutarono, poi, molto, a suo tempo, negli studi medievali». Lo stesso effetto ebbero sulla sua costituzione morale complessiva. Il cristianesimo evangelico fu, a partire dagli anni giovanili, il contrassegno del sua religiosità laica ed antistituzionale, che caratterizzò non solo le sue convinzioni personali ma la sua posizione  nei rapporti tra chiesa e stato e la sua battaglia per la scuola laica.

Altro elemento ispiratore della sua prima formazione culturale fu la scoperta di De Sanctis, attraverso la lettura dei Saggi Critici e della Storia della Letteratura italiana. Da  De Sanctis egli trarrà la prima confusa aspirazione al  ruolo di guida che dovevano svolgere gli intellettuali e a considerare  l’idea della funzione nazionale della letteratura.  Su quali fossero le posizioni politiche del giovane S. al momento della sua partenza per Firenze, nel 1890, abbiamo una testimonianza dello stesso S. in una sua lettera ad Ettore Rota: «Arrivai a Firenze, che ero imbrianista. L’imbrianismo fu la politica dei nove decimi dei pugliesi, rovinati dalla rottura del trattato di commercio colla Francia, dal 1887 al 1900 […] Era uno stato d’animo di protesta irritata contro il governo e la fame. Imbriani urlava alla Camera, e noi eravamo tutti imbrianisti. Siccome Imbriani era repubblicano, avremmo fatto la repubblica anche noi». Il suo spirito ribelle, il cristianesimo evangelico, il radicalismo republicaneggiante erano le premesse per un’evoluzione verso il socialismo.

Se le radici pugliesi non saranno mai troncate fu il clima europeo di Firenze, che era allora la capitale “culturale” d’Italia, a fare di S. , un “contadino barbaro”, come egli si definì autoironicamente,  un grande intellettuale europeo.

Carlo e Nello Rosselli di Zeffiro Ciuffoletti

Rosselli Carlo (Roma, 1899 – Bagnoles-de-l’Orne, 1937) e Rosselli Nello (Roma, 1900 – Bagnoles-de-l’Orne, 1937

 

Le vite di Carlo e Nello Rosselli furono così intrecciate che sarebbe impossibile dividere le idealità politiche e il destino che li accumunò nella battaglia contro il fascismo. Lo stesso fascismo condizionò del resto lo sviluppo del loro pensiero politico e, in maniera ancora più tragica, la loro esistenza. Dei due però Nello, che aveva l’inclinazione alla riflessione e la passione per la storia, non si discostò mai da posizioni che potremmo definire di democrazia liberale e che culminarono nel 1924 nell’adesione all’Unione nazionale di Giovanni Amendola, a cui aderì anche Luigi Einaudi, che fu “maestro”, sebbene contestato, di Carlo Rosselli. Non a caso Nello Rosselli, proprio mentre la cultura antifascista – compresa quella dell’amico Piero Gobetti – si attestava sulla condanna in blocco dell’Italia liberale come incubatrice del fascismo, cominciò un’opera di rivalutazione della Destra storica [Saggio sul Risorgimento e altri scritti, Torino 1946] e progettò addirittura una grande opera dal titolo significativo Storia d’Italia o della libertà [Ciuffoletti Z., Nello Rosselli. Uno storico sotto il fascismo. Lettere e scritti vari (1923-1937), Firenze 1979]. Un’opera che non poté portare a compimento, ma che doveva dare sostanza e concretezza alla polemica iniziata con la pubblicazione della Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce [Bari 1928] e nello stesso anno dell’Italia in cammino di Gioacchino Volpe. La prima rappresentava una difesa delle conquiste del liberalismo italiano, che era entrato in crisi proprio con la tragedia della prima guerra mondiale, che spianò la strada al fascismo.

Arturo Toscanini di Sara Iacobitti

Toscanini Arturo (Parma, 1867 – New York, 1957)

Figlio di Claudio e Paola Montani, eccetto una breve parentesi genovese Arturo Toscanini visse fino all’età adulta a Parma, dove i genitori possedevano una sartoria. Mostrò sin dai primi anni forte attitudine alla musica e, su suggerimento di una maestra, a dieci anni fu iscritto con borsa di studio al conservatorio Regio di Parma, dove si specializzò in violoncello sotto la supervisione di Leandro Carini. Come allievo prese parte a numerosi concerti e allestimenti teatrali con l’orchestra del teatro Regio di Parma, suonando anche in paesi limitrofi e città del Nord Italia. Durante l’ultimo anno divenne insegnante aggiunto di armonia e nel 1885 si diplomò con il massimo dei voti, ottenendo una borsa di studio come miglior allievo. Reclutato come primo violoncellista e maestro di coro, s’imbarcò l’anno seguente per una tournée in Sudamerica ma, a causa dei dissidi tra l’impresario e il direttore e le aspre critiche ricevute da quest’ultimo, T. fu incaricato di salire sul podio: ebbe un successo strepitoso, divenne direttore stabile e diresse ventisei rappresentazioni. Tornato in Italia affiancò all’attività di direttore in piccole orchestre quella di violoncellista; dopo un periodo caratterizzato da peregrinazioni con orchestre di terz’ordine e ingaggi sottopagati, si affermò progressivamente riuscendo a lavorare con orchestre e teatri di una certa importanza, fino ad ottenere nel 1895 un ingaggio al teatro Regio di Torino per tre anni. A trentun anni assunse la direzione della Scala, detenuta per sette volte nelle dieci stagioni seguenti: fu riconosciuto come primo direttore italiano tanto di opere quanto di composizioni sinfoniche, acquisendo fama mondiale come interprete di autori consolidati e acclamati, ma anche di giovani talenti contemporanei, oltre alla rispettosa scoperta o riscoperta di autori e opere poco conosciuti e poco apprezzati.

il tuo IP è... = 54.226.33.117