| Accedi

Category Archives: Anniversari e Ricordi

RICORDANDO ERCOLE CAMURANI di Corrado Sforza Fogliani e Renzo Ruffini, in Libro Aperto, Gennaio/Marzo 2018. pp.161 e ss.

Ercole era anzitutto un maestro. Già quando, lui Segretario regionale della GLI-Gioventù liberale italiana, lo conoscevo solo come “Camurani”, avevo ben compreso la sua stoffa, la sua forza di trascinamento, di indicare la strada. Poi, lo conobbi personalmente. E allora, alla considerazione che si deve a un maestro, unii la stima per un amico: amico amico, anche in politica (perfino — direi — in politica, dove di solito non esistono amicizie, ma solo alleanze).

Si distinse, fra l’altro, come studioso. Alla storia si dedicava con passione: quella di scoprire, di trovare esempi da imitare, da additare. E’ stato l’unico, vero studioso del Partito liberale: se la salute lo avesse assistito (e, invece, la sorte gli fu in materia avara, negli ultimi tempi) avremmo oggi unà storia completa del movimento liberale, di un movimento che ha avuto eminenti personalità, che ha arricchito tanti movimenti politici e/o partitici che gli sono sopravvissuti. Personalità liberali si sono disperse da tante parti, non solo politiche: e da tutte le parti hanno portato il senso della moderazione nell’innovazione. “L’Italia l’hanno fatta i moderati” era solito dire Ercole, e aggiungeva, pressappoco: “Gli altri, quelli che oggi si celebrano, che vanno oggi per la maggiore, magari solo perché avevano la camicia rossa o combattevano la monarchia unificatrice, quelli l’unità l’hanno solo messa in pericolo”.

Il meglio di sé, Ercole lo diede — oltre che nello studio — quando Malagodi (col quale aveva curato la produzione della rivista “Libro Aperto”, fondata dal leader liberale) divenne ministro del Tesoro nel Governo Andreotti, e lo chiamò alla sua Segreteria particolare. Ercole s’improvvisò anche in questo ruolo, subito s’orientò nei meandri (non solo fisici, non solo materiali) del ministero, tenne sempre i dovuti contatti con il Partito e con gli amici, si pose al servizio di quell’idealità che aveva sempre ispirato ogni sua azione, fin dalla prima gioventù.

Ercole Camurani ci lascia il ricordo di un liberale autentico, entusiasta, che non è mai venuto meno alle sue idee, ai suoi ideali, anche nei momenti più difficili della vita. 11 ricordo di uno studioso che ha sempre saputo unire le sue capacità di approfondimento intellettuale a quelle pratiche, in qualsiasi cosa, anche minore. Che è esattamente quel che contraddistingue i grandi.

______________________________________________________________________________

Scrivere di Ercole Camurani, Baba per gli amici, senza cadere nella retorica è impresa ardua,. considerando che chi 10 ha conosciuto ed ha avuto il privilegio nonché il piacere di lavorare con lui per molto tempo, tende ad eccedere nell’approccio troppo positivo alla persona e all’amico. Ma parlare di Baba diviene facile se di lui, come me, ha bellissimi ricordi sul piano umano e professionale e se lo guardi serenamente come una persona di grandi doti di trascinamento e di leadership, associate ad un irrefrenabile entusiasmo per le cose che intendeva fare e su cui riversava tutto il suo tempo senza apparente stanchezza o dubbi.

Le nostre vite si intrecciano quando frequentavo il Liceo Ludovico Ariosto di Reggio Emilia negli anni 60 ed Ercole era già stato segretario della Gioventù Liberale ed era da poco divenuto segretario del PLI di Reggio Emilia.

L’incontro con Baba fu per me letteralmente l’inizio di un nuovo mondo, dove Camurani rivestì contestualmente il ruolo di amico, leader politico ma ancor più di maestro di vita. Mi scelse per avviare una specie di competizione elettorale tra studenti per l’elezione del Consiglio di istituto, una sorta di rappresentanza degli studenti nel settore della vita scolastica. Con il suo aiuto e con la sua brillante iniziativa di costituire un giornale per studenti, “Alternativa” divenni presidente del Comitato studentesco. Da allora lo seguii sempre nella mia attività politica direi di seconda linea, divenendo con lui segretario provinciale GLI ed iniziando sotto la sua guida ad occuparmi di temi storici e di storia politica.

Lo seguii a Bologna quando divenne segretario regionale PLI ed io frequentai la Facoltà, di lettere e filosofia, corso di laurea in storia, fino a scrivere, su suo suggerimento, la tesi “Luigi Einaudi nella ricostruzione dello Stato democratico” che Ercole volle pubblicare nei quaderni dell’istituto per la Storia del Movimento Liberale.

In quegli anni, nonostante la ferma opposizione di Giovanni Malagodi, (che Camurani stimava moltissimo), alla nascita delle regioni nel modo in cui poi avvenne, mi chiamò per cercare un nuovo approccio liberale all’imperante spinta regionalistica allora in auge, e collaborai su sua indicazione e ad un nuovo modello per affrontare le tendenze politiche della novella Regione Emilia-Romagna. Questo sforzo politico di un approccio liberale al regionalismo valse la pubblicazione per la collana di Attualità politica della Sansoni Editrice del volume “Dare un senso liberale alla Regione. 1970/1975 cinque anni di lotte per una regione dei cittadini contro una regione dei partiti”. Libro di straordinaria attualità, credo ancora oggi, per la creazione delle regioni delle comunità, contro le regioni dei partiti. Continuai ad essere suo collaboratore anche quando vinsi il concorso per diventare dirigente della regione e lo seguii frequentandolo come vicino di casa, avendo sede regionale il PLI in viale Silvani la medesima della Regione di cui divenni, nonostante le immaginabili opposizioni, coordinatore generale della Assemblea e poi segretario della Giunta stessa, senza mai cessare di cooperare con Ercole.

Quando Camurani divenne per i suoi meriti politici ed umani, segretario particolare di Giovanni Malagodi, Ministro del Tesoro nel primo governo di centro destra, m’ invitò a scrivere nel libro a più mani, con Federico Orlando, Enrico Mattei, Cesare Zappulli ed altri autori di rilievo, “Nell’anno della centralità”, dove volle approfondire ancora una volta un nuovo modello di approccio liberale ad un sistema di governo, sperimentato in altri paesi europei ed emerso, grazie a lui come alternativa liberale ad una concezione politica che ci avrebbe allontanato dai Paesi liberali d’Europa.

Dopo quell’esperienza per me di grande valore anche personale le nostre strade si separarono. Io chiamato a Milano come direttore generale della Regiòne Lombardia e Camurani, dopo a fine dell’esperienza governativa, ai suoi studi e alle sue innumerevoli attività storiche ed editoriali. Lo riabbracciai al funerale di un nostro caro amico Gino Badini, anch’egli grande storico reggiano. Poi si trasferii in un’ altra città e non seppi più nulla fino alla notizia della morte.

Un’ultima cosa preme sottolineare e che è sempre stata scolpita nella mente e che rappresenta, a mio parere, il tratto distintivo di Ercole Camurani. Ha sempre costantemente sostenuto che il liberalismo non è un’ideologia ma un metodo per risolvere nell’interesse di tutti i problemi di una comunità e per accrescere gli spazi di libertà individuali e collettivi.

Ed era il garbo tutto liberale di non disconoscere a nessuno il diritto di esprimere le proprie opinioni ed il suo affabile modo di opporre le sue più profonde convinzioni a tutti gli altri che non la pensavano come lui. Una scuola indimenticabile di vita e di cultura autenticamente liberale per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo.

 

__________________________________________________________________________

Giuseppe Galasso e il Dizionario del Liberalismo Italiano, di Gerardo Nicolosi

Giuseppe Galasso è stato un amico dell’Istituto Storico per il Pensiero Liberale. Quando venne pubblicato il primo tomo del Dizionario del liberalismo italiano accettò senza riserve l’invito a partecipare come relatore alla sua presentazione, che si tenne alla Biblioteca della Camera dei Deputati nel 2012. Ciò non fu soltanto dovuto ai buoni rapporti esistenti con i direttori dell’opera e alla presenza tra gli autori delle voci di alcuni suoi allievi e di studiosi a lui vicini. Possiamo dire che si trattò di una condivisione quasi spontanea dei motivi ispiratori del Dizionario, da parte di chi, come è stato giustamente scritto da Eugenio Capozzi nel bel ricordo che qui pubblichiamo, può essere considerato come «il più diretto erede della scuola storiografica di Benedetto Croce». La presentazione del Dizionario fu dunque soltanto un pretesto per un incontro, quello tra Galasso e l’Ispli, da considerarsi inevitabile. E che in quella occasione non si trattò di una partecipazione di convenienza, come tante se ne vedono e dove si presentano libri che nemmeno si leggono, lo dimostrò l’inclinazione critica della sua relazione, ciò che non poteva non essere se si considerano le matrici intellettuali di Galasso. Sgombrò infatti subito il campo da ogni dubbio sul fatto che il suo sguardo sarebbe stato animato da spirito “irenico” – «in qualche punto sarò molto poco irenico», disse apertamente con sottile compiacimento da maestro – e si produsse in una vera e propria vivisezione del volume, soffermandosi sugli aspetti che lo avevano maggiormente colpito, su voci e autori che aveva letto con maggiore interesse, sui pregi e , ahimè, anche sui difetti dell’opera. Chi scrive, che è anche l’autore della Nota bibliografica pubblicata in apertura di quel volume, dovette incassare le critiche a proposito di alcune omissioni, di testi non citati e che invece a suo avviso andavano ricordati in sede di ricomposizione delle fonti edite negli ultimi venti anni per la storia del liberalismo italiano. La cosa ovviamente mi dispiacque molto, ma quando la sera ci ritrovammo a cena, in un ristorante di piazza Fontanella Borghese, uno dei luoghi di Roma cui è legata la vicenda complessiva del Dizionario del liberalismo italiano, probabilmente su indicazione di uno dei direttori mi chiamò al suo tavolo per farmi i complimenti per il lavoro “grosso” di coordinamento redazionale del primo volume. Oggi, dalla testimonianza del figlio, sappiamo che il Dizionario del liberalismo italiano , in particolare il secondo volume, è stato l’ultimo libro sfogliato da Giuseppe Galasso, trovato aperto sulla scrivania del suo studio alla pagina 831. Siamo andati a controllare, si tratta della voce biografica di Mario Pannunzio, che Galasso ha consultato con molta probabilità per la redazione del suo ultimo articolo sul “Corriere della Sera”, dedicato proprio al direttore del “Risorgimento liberale” e del “Mondo”. E riflettendo su tutto ciò, viene da pensare a quella Italia della ragione di cui scriveva Spadolini, che oggi ha perso un altro suo degno rappresentante.

Ricordo di Giuseppe Galasso (1929-2018), di Eugenio Capozzi

 

.La morte di Giuseppe Galasso ci priva di uno tra i più grandi storici italiani del secondo Novecento e del ventunesimo secolo.

Galasso è stato il più diretto erede della scuola storiografica di Benedetto Croce, e uno tra gli ultimi studiosi nel nostro paese – per non dire in Occidente – a sfuggire ad ogni strettoria specialistica, spaziando senza problemi dalla storia medioevale a quella contemporanea, dalla storia economica e sociale a quella istituzionale, politica e del pensiero filosofico.

Ma egli è stato erede di Croce anche in un altro, importante senso: in quanto è uno tra gli ultimi rappresentanti di una generazione di intellettuali per cui tra la vocazione agli studi storici e l’impegno civile esisteva una naturale continuità. Una continuità che però non implicava il sacrificio della deontologia dello studioso alla strumentalizzazione ideologica, ma piuttosto si fondava su un circolo virtuoso tra motivazioni etico-politiche e approfondimento scientifico (nella linea segnata proprio da Croce in La storia come pensiero e come azione), da cui entrambe le attività traevano linfa e giovamento.

Galasso ha vissuto questa profonda coessenzialità tra dibattito storiografico e politico fin dagli anni della sua formazione, quando, dopo la borsa di studio presso l’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli, entrò a far parte del circolo di intellettuali liberaldemocratici meridionali riuniti intorno alla rivista “Nord e Sud”, fondata da Francesco Compagna: tra cui Vittorio de Caprariis, Ugo La Malfa, Rosario Romeo e molti altri. Un circolo collegato a sua volta al gruppo del “Mondo” di Mario Pannunzio e a quello bolognese del “Mulino” in un unico, grande laboratorio di giovani menti appassionatamente dedite alla discussione su progetti per la modernizzazione e lo sviluppo di un’Italia alla prese con i problemi connessi ad una non facile integrazione con le società europee e l’Occidente industrializzato.

Omaggio a Gaetano Salvemini a 60 anni dalla morte.

Salvemini Gaetano (Molfetta 1873- Capo di Sorrento 1957)

Fabio Grassi Orsini

 

Può sembrare a prima vista una scelta azzardata quella di includere in un “dizionario del liberalismo” una voce  biografica su  S. , che fu sempre socialista per quanto “eretico” o al massimo un democratico-radicale “eterodosso”, anche se, se fosse rimasto negli Usa sarebbe stato classificabile come un “liberal”. Ad ogni modo, molto gli deve il liberalismo, con cui egli si confrontò in modo critico e qualche volta aspro e la democrazia liberale di cui fu uno strenuo difensore.

Nacque a Molfetta, da  una famiglia di piccola borghesia intellettuale collegata alla terra, rovinata dalla crisi agraria dei primi anni Novanta e schiacciata tra la grande proprietà e le classi popolari; il nonno  possedeva una paranza e delle vigne; il  padre Ilarione, era un ex volontario garibaldino, poi carabiniere ed istitutore in un collegio [Salvadori 1963, p.15]; la madre Manuela era una persona di forte carattere, una matriarca come erano spesso le donne pugliesi, che con la parsimonia e l’operosità riassestò le finanze familiari. Nella sua prima formazione giocarono alcuni fattori di carattere ambientale. Innanzitutto occorre tener conto il profondo rapporto con Molfetta, e con la Puglia,  che fu per lui un “laboratorio” di analisi sociologica, nonché teatro del suo impegno politico e verso la quale  ebbe sin dalla sua infanzia una relazione di amore-odio, che innestò, in un primo tempo, un processo di ribellione-rottura e successivamente di ritorno-trasformazione. La dignitosa miseria della famiglia pesò negativamente non solo sull’infanzia ma anche sulla prima maturità del giovane S. e spiega le posizioni radicali che contrassegnarono i suoi primi atteggiamenti politici  e morali. S. ebbe, come molti giovani di modeste condizioni sociali della sua generazione, la sua prima formazione culturale in un istituto religioso. Grazie all’intervento dello zio prete, fu ammesso al ginnasio-liceo, annesso al Seminario regionale di Molfetta. S. ricordò che la lettura delle Scritture lasciò in lui un segno indelebile: «La Bibbia, i salmi, le profezie, il vangelo, con la loro potenza morale e poetica, dettero al mio pensiero un grande graffio e mi aiutarono, poi, molto, a suo tempo, negli studi medievali». Lo stesso effetto ebbero sulla sua costituzione morale complessiva. Il cristianesimo evangelico fu, a partire dagli anni giovanili, il contrassegno del sua religiosità laica ed antistituzionale, che caratterizzò non solo le sue convinzioni personali ma la sua posizione  nei rapporti tra chiesa e stato e la sua battaglia per la scuola laica.

Altro elemento ispiratore della sua prima formazione culturale fu la scoperta di De Sanctis, attraverso la lettura dei Saggi Critici e della Storia della Letteratura italiana. Da  De Sanctis egli trarrà la prima confusa aspirazione al  ruolo di guida che dovevano svolgere gli intellettuali e a considerare  l’idea della funzione nazionale della letteratura.  Su quali fossero le posizioni politiche del giovane S. al momento della sua partenza per Firenze, nel 1890, abbiamo una testimonianza dello stesso S. in una sua lettera ad Ettore Rota: «Arrivai a Firenze, che ero imbrianista. L’imbrianismo fu la politica dei nove decimi dei pugliesi, rovinati dalla rottura del trattato di commercio colla Francia, dal 1887 al 1900 […] Era uno stato d’animo di protesta irritata contro il governo e la fame. Imbriani urlava alla Camera, e noi eravamo tutti imbrianisti. Siccome Imbriani era repubblicano, avremmo fatto la repubblica anche noi». Il suo spirito ribelle, il cristianesimo evangelico, il radicalismo republicaneggiante erano le premesse per un’evoluzione verso il socialismo.

Se le radici pugliesi non saranno mai troncate fu il clima europeo di Firenze, che era allora la capitale “culturale” d’Italia, a fare di S. , un “contadino barbaro”, come egli si definì autoironicamente,  un grande intellettuale europeo.

Carlo e Nello Rosselli di Zeffiro Ciuffoletti

Rosselli Carlo (Roma, 1899 – Bagnoles-de-l’Orne, 1937) e Rosselli Nello (Roma, 1900 – Bagnoles-de-l’Orne, 1937

 

Le vite di Carlo e Nello Rosselli furono così intrecciate che sarebbe impossibile dividere le idealità politiche e il destino che li accumunò nella battaglia contro il fascismo. Lo stesso fascismo condizionò del resto lo sviluppo del loro pensiero politico e, in maniera ancora più tragica, la loro esistenza. Dei due però Nello, che aveva l’inclinazione alla riflessione e la passione per la storia, non si discostò mai da posizioni che potremmo definire di democrazia liberale e che culminarono nel 1924 nell’adesione all’Unione nazionale di Giovanni Amendola, a cui aderì anche Luigi Einaudi, che fu “maestro”, sebbene contestato, di Carlo Rosselli. Non a caso Nello Rosselli, proprio mentre la cultura antifascista – compresa quella dell’amico Piero Gobetti – si attestava sulla condanna in blocco dell’Italia liberale come incubatrice del fascismo, cominciò un’opera di rivalutazione della Destra storica [Saggio sul Risorgimento e altri scritti, Torino 1946] e progettò addirittura una grande opera dal titolo significativo Storia d’Italia o della libertà [Ciuffoletti Z., Nello Rosselli. Uno storico sotto il fascismo. Lettere e scritti vari (1923-1937), Firenze 1979]. Un’opera che non poté portare a compimento, ma che doveva dare sostanza e concretezza alla polemica iniziata con la pubblicazione della Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce [Bari 1928] e nello stesso anno dell’Italia in cammino di Gioacchino Volpe. La prima rappresentava una difesa delle conquiste del liberalismo italiano, che era entrato in crisi proprio con la tragedia della prima guerra mondiale, che spianò la strada al fascismo.

il tuo IP è... = 54.166.172.33