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Dizionario del liberalismo (tomo II). Presentazioni e pubblicazione degli atti (Siena, 14 maggio 2015)

Siena, 14 maggio 2015. Presentazione del II volume del Dizionario del liberalismo italiano. “Liberalismo e cultura delle istituzioni in Italia”, Presiede Giovanni Minnucci, interventi di Gerardo Nicolosi e Guido Melis.

(Testi raccolti e curati da Gerardo Nicolosi).

 

Gerardo Nicolosi: Io vorrei dare il mio contributo a questa discussione tracciando un po’ la storia di questo Dizionario. La mia è la testimonianza di chi ha seguito i lavori del comitato scientifico, ha partecipato alle discussioni preparatorie del Dizionario, ha mantenuto i rapporti tra il comitato direttivo e gli autori e ne ha seguito poi gli sviluppi editoriali, ha partecipato infine anche come autore. L’idea di un Dizionario del liberalismo italiano nasce tra il 2004 e il 2005 a corollario di una ricerca sul ruolo dei liberali italiani dall’antifascismo alla Repubblica, una ricerca alla quale parteciparono studiosi e docenti di diverse università italiane, che ebbero modo di confrontarsi in occasione di più convegni (Siena, Napoli, Padova) ed i cui risultati sono stati poi raccolti in due corposi volumi pubblicati da Rubbettino nel 2008 e nel 2010. Rispetto all’apertura di questo nuovo fronte di ricerche vorrei qui ricordare il grande interesse suscitato nella comunità scientifica, non solo tra quanti questi temi li aveva sempre studiati e ne approfittava per aggiornarli o per condurne di nuovi, ma anche tra coloro che non si erano mai occupati di tali tematiche, soprattutto giovani ricercatori, molti dei quali infatti sono autori di saggi nei volumi sopracitati e poi di contributi sul Dizionario, rispetto al quale il campo delle collaborazioni si è di molto ampliato, anche in considerazione del suo taglio pluridisciplinare.

Queste ricerche costituirono l’occasione per riflettere sull’importanza del liberalismo nella storia d’Italia, un’importanza per molti anni rimasta in ombra, non sufficientemente messa in evidenza non solo dalla storiografia, ma dal discorso pubblico in genere. Tutto ciò ha avuto a che fare con il declino che la cultura liberale ha avuto a partire dagli anni Sessanta. É a partire da questa fase e per tutti gli anni Settanta e Ottanta, che la cultura liberale è coltivata ormai soltanto in ambienti “di nicchia” per così dire: come la “scuola” di Matteucci a Bologna; i fedelissimi seguaci di Croce riuniti attorno ad Alfredo Parente nella “Rivista di Studi Crociani”; a livello politico il piccolo PLI di Malagodi, che dopo il successo nelle elezioni del 1963 va di molto riducendo il suo peso, sebbene continui ad avere una classe politica di livello ed a svolgere una importante attività sul piano culturale, ma che sino agli anni Ottanta veleggia attorno al 2-3%; poi «Il Mondo» di Pannunzio, che però aveva dato il meglio di sé negli anni Cinquanta e con la morte del direttore, nel 1968, in sostanza chiude i battenti. Negli anni Settanta abbiamo più un magma di “portatori sani” di liberalismo, più o meno vicini ai partiti laici, poi al PSI quando questi si emancipa radicalmente dal PCI e abbraccia i motivi del capitalismo e dell’Occidente ed anche in certe componenti (minoritarie) della Democrazia Cristiana.

Tutto ciò ha favorito una quasi totale perdita di memoria del “liberalismo” italiano, della sua storia effettiva, nonché di buona parte dei suoi protagonisti, ciò che equivale a dire la totale perdita di memoria di buona parte della storia d’Italia. Da qui la necessità di un Dizionario del liberalismo italiano in due volumi, un primo dedicato ai lemmi ed un secondo alle biografie, operazione che non vuole essere un tentativo di “sistematizzazione”, che mal si addice alla materia liberale, che non vuole chiudere un discorso, ma che semmai vuole aprirlo.

E vengo ora a trattare più specificatamente del secondo volume del Dizionario del liberalismo italiano, cioè quello dedicato alle biografie. Intanto non si può fare a meno di premettere come il genere biografico sia stato in generale poco “frequentato” dalla storiografia. Nella introduzione ad un Dictionary of liberal biography curato da Duncan Brack (1998), Ben Pimlott notava come il genere biografico costituisca spesso il percorso migliore per comprendere la storia, perché ne è elemento essenziale. Come scriveva Thomas Carlyle «la storia è fatta in sostanza di innumerevoli biografie», cioè ogni movimento o idea poggia sulla partecipazione, e sempre sulla ispirazione e sulla leadership, di individui. Ed ancora, Pimlott notava come non fosse un caso che in Inghilterra il genere biografico fosse associato alla cultura liberale, perché i liberali hanno sempre dato particolare enfasi alla unicità dell’individuo e del suo agire politico, economico, culturale ecc…

Nel caso italiano il discorso è più o meno analogo: la storiografia di matrice liberale ha dato indubbiamente un valore significativo all’aspetto biografico, ai protagonisti della storia: un caso paradigmatico è quello della Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 di Federico Chabod, significativamente ripartita in due parti, la prima dedicata a Le passioni e le idee ed una seconda dedicata a Le cose e gli uomini, in cui le biografie di Visconti Venosta, Nigra, de Launay, di Robilant, Lanza, Minghetti e Vittorio Emanuele II, che l’autore disegna in modo davvero mirabile, non sono un superfluo corollario alla ricostruzione storica, ma ne sono parte integrante, elemento essenziale per comprendere in pieno le linee di politica estera perseguite dalla diplomazia italiana e la costruzione della rete delle relazioni internazionali che hanno caratterizzato una delle fasi cruciali della storia del Regno d’Italia. Su questa stessa scia si colloca poi forse la più bella biografia politica mai scritta in Italia, che è quella di Rosario Romeo su Cavour, pubblicata in anni in cui molta attenzione veniva invece riservata ad altri settori di ricerca. E forse, se ci pensiamo bene, non è un caso che Renzo De Felice, un ex allievo dell’Istituto Croce, abbia voluto far ruotare il suo monumentale studio del fascismo attorno alla biografia di Mussolini.

Ma tornando al tema della nostra riflessione, certo è che buona parte della classe politica liberale venisse relegata nel dimenticatoio. A guardar bene, sembra in effetti che in qualche caso la scarsa considerazione dell’elemento biografico si sia rilevato come un ostacolo per una piena messa a fuoco dei fatti, delle cose, per una piena comprensione dei processi storici. Per comprendere questo ritardo, basti pensare che soltanto nel 1989 viene dedicata attenzione ad Antonio Salandra in un libro che però si fermava al 1914 (M. M. Rizzo, Politica e amministrazione in Antonio Salandra, 1875-1914, Galatina 1989), un soggetto sul quale la storiografia è ritornata soltanto recentissimamente, nel 2012 (F. Lucarini, La carriera di un gentiluomo. A. Salandra e la ricerca di un liberalismo nazionale, 1875-1922, Il Mulino, Bologna 2012), libro quest’ultimo che però non prende in considerazione il passaggio di Salandra all’opposizione dopo il 3 gennaio 1925. Di esempi del genere d’altronde se ne potrebbero portare svariati e non solo in relazione alla storia dell’Italia liberale – manca una biografia di Emilio Visconti Venosta! – se si pensa che ancora non disponiamo di una biografia di Leone Cattani e l’unico volume scritto su Niccolò Carandini è in tedesco.

Un discorso diverso va fatto sulle biografie collettive, rispetto alle quali invece in Italia si deve registrare un certo progresso a partire dagli anni Ottanta, quando cominciano a essere biografati i grandi corpi dello stato (pioneristico a questo proposito è il Repertorio bio-bibliografico dei funzionari del Ministero degli Affari Esteri, 1861-1915, promosso e curato da uno dei direttori del DLI, Fabio Grassi Orsini, pubblicato nel 1987). Ad oggi disponiamo di ottimi repertori che riguardano alcuni importanti “corpi collettivi”, come quello dei Consiglieri di Stato – uno studio promosso e curato da Guido Melis (Il Consiglio di stato nella storia d’Italia, voll 1-2, Giuffrè, Milano 2006) – o i docenti universitari del periodo liberale ed altri ancora sui quali necessiterebbe a questo punto un repertorio. Un grande vuoto è stato di recente colmato con la pubblicazione del repertorio dei senatori del Regno d’Italia, a cura dell’Archivio Storico del Senato, che vede ancora Fabio Grassi Orsini come curatore, assieme ad Emilia Campochiaro, dal quale è possibile avere un quadro abbastanza netto della classe dirigente italiana di quegli anni. Una situazione quindi che è andata migliorando e che sopperisce in parte ai ritardi del Dizionario Biografico degli Italiani che di recente però ha fortunatamente ripreso la sua marcia, grazie alla efficiente direzione di Raffaele Romanelli, ma che, almeno stando all’ultima voce che mi è stata di recente assegnate, è arrivato alla lettera R.

Oltre a ciò, si aggiunga la constatazione della mancanza di un Dizionario che prendesse in considerazione la famiglia politica liberale, mentre invece esistono opere del genere su quasi tutti i movimenti politici: si pensi al recente Dizionario del comunismo nel XX secolo, a cura di S. Pons e R. Service, Einaudi, Torino 2006 o ai più datati, ma non meno importanti Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, 1860-1980, diretto da Francesco Traniello e Giorgio Campanini, Marietti, Torino 1981-1997; Il movimento operaio italiano: dizionario biografico, 1853-1943, curato da Franco Andreucci e Tommaso Detti, Editori Riuniti, Roma 1979 ed il Dizionario biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli e Giampietro Berti, BES, Pisa 2003-2004. Abbastanza indicativo è che al fenomeno fascista siano stati dedicati addirittura ben tre contributi quali il Dizionario del fascismo, a cura di V. De Grazia e S. Luzzatto, Einaudi, Torino 2002-2003, il Dizionario del fascismo: storia, personaggi, cultura, economia, fonti e dibattito storiografico, a cura di A. De Bernardi, Scipione Guarracino, Mondadori, Milano 2006 e il Dizionario dei fascismi: personaggi, partiti, cultura e istituzioni in Europa dalla grande guerra a oggi, a cura di Pierre Milza, Bompiani, Milano 2006. Così come l’ultimo dei numerosi contributi dedicati alla Resistenza, a partire dai sei volumi della Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza di cui primo direttore fu Pietro Secchia (Milano, La Pietra 1968-1989), è stato pubblicato soltanto qualche anno fa col titolo Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri e F. Sassi, Einaudi, Torino 2002-2003.

Come è stato scritto nell’introduzione al II° volume, predisporre una parte biografica in un’opera interamente dedicata al liberalismo italiano è apparso come “qualcosa di assolutamente irrinunciabile”, come un’occasione da non perdere per cercare di colmare un vuoto di carattere scientifico e culturale. A quella introduzione, che invito a leggere attentamente, rimando per ciò che riguarda anche i criteri di scelta dei personaggi da biografare, che sono improntati al principio della “inclusività”. Non entro nel dettaglio, ma a prevalere è stato il principio secondo il quale andavano incluse quelle personalità la cui vicenda politica e intellettuale abbia avuto un rapporto con la storia del liberalismo italiano. Ciò significa che tali personalità possono avere avuto un contatto con la cultura liberale, un apprendistato, un percorso di formazione o anche una tardiva conversione liberale.

Mi sembra esemplificativo il caso di Giovanni Gentile, che per anni è stato il più intimo collaboratore di Croce oppure. In relazione agli anni del secondo dopoguerra, pensiamo per esempio a quelle personalità che hanno avuto un contatto con la cultura liberale e poi hanno militato in formazioni diverse dal Partito liberale, come Ugo La Malfa. In questi casi, si è trattato di ricostruire dei percorsi biografici dai quali emerge nettamente come quella cultura di formazione, indipendentemente dall’affiliazione partitica, abbia continuato a produrre effetti, emergendo in qualche caso a seconda della contingenza. Rimanendo al caso di Ugo La Malfa, come non ricordare che egli fu in qualità di Ministro del commercio estero del VII governo De Gasperi il promotore e realizzatore di quella liberalizzazione degli scambi che fu una delle premesse del boom economico?

Un discorso diverso è stato invece quello che ha riguardato quelle personalità che si sono poste in modo critico nei confronti del liberalismo o in posizione interlocutoria con esso (Mazzini, Cattaneo, Salvemini, Rosselli e Sturzo). Si è trattato cioè di rendere conto anche delle critiche al liberalismo ed anche degli apporti che quelle critiche hanno favorito nei confronti del metodo liberale: si pensi al lascito di Mazzini per la definizione del principio di nazionalità di Pasquale Stanislao Mancini, che animò la “dottrina” della nostra diplomazia unitaria!

Poi, certo, ci siamo trovati stretti tra un problema di fattibilità, in rapporto alle forze di cui abbiamo potuto disporre, ed il timore di dare un’immagine riduttiva del liberalismo italiano, quando invece esso ha rappresentato non soltanto l’idea guida dell’unità nazionale, ma per lungo tempo anche il punto di riferimento politico-culturale di intere generazioni di italiani, ed anche indipendentemente dallo schieramento politico di appartenenza.

Quale utilità può avere questa parte biografica? In primo luogo, credo sia uno strumento importante per la comprensione delle diverse accezioni del liberalismo italiano. Come sarà noto, il liberalismo non è un dogma, non ha un corpo unitario, ha una natura “fluida”, mutevole, si alimenta della storia. Attraverso il vissuto delle personalità biografate è possibile ricostruire i suoi diversi percorsi, le sue diverse declinazioni e capire come esso si sia modulato attraverso il tempo e abbia risposto alle sfide che di volta in volta ha dovuto fronteggiare.

In secondo luogo, anche in relazione a quanto si diceva sopra, questa parte biografica è un ottimo strumento per la ricostruzione di buona parte della storia d’Italia, per la ovvia considerazione che il liberalismo era la cultura prevalente, costituiva l’idea-guida della classe politica che ha retto le sorti dello stato sino all’avvento del fascismo. Ma non trascurabile è l’ausilio che il Dizionario può offrire per la ricostruzione di alcuni passaggi chiave della storia d’Italia successiva, con particolare riferimento all’opposizione al fascismo, alla resistenza, alla transizione repubblicana, al centrismo degasperiano ed anche agli anni successivi, ma anche all’impegno nell’amministrazione centrale dello Stato, ed alle realizzazioni nel mondo della cultura, dell’arte, della finanza, dell’impresa. In relazione all’Italia repubblicana, questo Dizionario dimostra come in realtà una classe dirigente liberale sia esistita e sia andata oltre lo stesso Partito liberale, con ruoli che non sono stati affatto di secondo piano (si pensi alla figura di Guido Carli).

Ovviamente, molte cose ci sarebbero da dire e molte sono le suggestioni che un’opera del genere può offrire. Vorrei concludere ricordando che uno dei moventi di questa operazione è stato quello di rispondere al deficit di cultura liberale che ci circonda. Per cultura liberale qui ovviamente non si fa riferimento al retroterra di idee proprie di un partito politico, ma, come ha bene espresso Roberto Vivarelli in un convegno senese di qualche anno fa, si fa riferimento “ad un sistema di valori” a “quei fermenti ideali” che sono la linfa delle libere istituzioni e che dovrebbero essere vivi, attivi nell’insieme della vita pubblica e dovrebbero infondere la vita e la cultura di tutte quelle formazioni politiche che si riconoscono in un determinato sistema politico. Ecco, forse riguardo a ciò ogni ottimismo potrebbe apparire improprio. Mi preme però ricordare che, almeno nelle intenzioni di chi scrive, questo corpus di biografie non è da intendersi come la rappresentazione di una civiltà perduta, vite che sono espressione di un qualcosa che non può più ritornare. In questo Dizionario c’è una bella voce dedicata a Giacomo Leopardi, in cui si può leggere di questa tensione alla “supremazia dell’antico”. Nulla di tutto ciò, anzi, vogliamo sperare che quest’opera venga intesa nel suo significato opposto: le 404 voci biografiche coprono un periodo che parte dai primi dell’Ottocento e giunge quasi sino a noi, attraversano cioè due secoli di vita italiana e pertanto non possono non restituire una immagine “viva” del liberalismo, semplicemente perché sono la testimonianza della sua capacità di rinnovarsi. Se, insomma, le idealità, i principi cui si sono ispirate le vite che sono state ricostruite in questo volume hanno costituito, con varia gradazione e intensità, una presenza costante nella nostra vita nazionale, anche nei suoi momenti più bui e tormentati, perché non credere che tutto ciò possa ripetersi?

Guido Melis: E’ vero quanto scrivevano i curatori di quest’opera nel primo tomo, pubblicato nel 2011: “mentre esistono dizionari su quasi tutti i movimenti politici, non esiste un’opera generale che riguardi il liberalismo”.

Il dato negativo, inconfutabile di per sé se si guarda al passato, è però ora in larga misura corretto dall’edizione, in due successivi tomi (del 2011 il primo, del 2015 il secondo), di questo denso Dizionario del liberalismo italiano (edizioni Rubbettino).

Opera corposissima (1064 pagine il primo tomo, 1183 il secondo), promossa e diretta da un qualificato gruppo di curatori (Giampietro Berti, Dino Cofrancesco, Luigi Compagna, Raimondo Cubeddu, Elio d’Auria, Eugenio Di Rienzo, Francesco Forte, Tommaso Edoardo Frosini, Fabio Grassi Orsini, Giovanni Orsina e Roberto Pertici), guidata e condotta in porto con mano salda da Gerardo Nicolosi e dai suoi collaboratori. Un contributo fondamentale alla storiografia italiana della politica.

Parlerò qui specialmente del secondo volume, che è quello appena uscito; ma sarà necessario richiamare qua e là sullo sfondo anche il primo, perché ne costituisce la logica premessa. In quello (il tomo del 2011) le voci erano organizzate per grandi materie: per esempio, “Agricoltura”, “Amministrazione”, “Capitalismo”, tutti i partiti succedutisi nella storia dell’Italia unita, i vari concetti fondamentali della teoria liberale come, ad esempio, i lemmi “Liberismo” o “Libertà”.

In questo secondo tomo, invece, sono sistematicamente raccolte le biografie individuali dei liberali italiani. Per l’esattezza 404 voci biografiche, su personalità vissute tra l’Ottocento e l’epoca attuale, ognuna corredata di un’ampia e in genere puntuale bibliografia. Una galleria straordinaria di personalità di primo piano ma anche di “gregari” (seppure illustri), di leaders politici, di grandi e piccoli intellettuali, giornalisti nazionali e di provincia, animatori appassionati di circoli e riviste spesso minoritarie, economisti, accademici in genere, professionisti delle cosiddette professioni liberali (vera fucina di futuri politici). Tutti maschi. Due sole le donne biografate: Cristina Trivulzio di Belgiojoso, celebre protagonista del Risorgimento (autrice della voce Fiorenza Taricone) e Antonietta De Pace (una “scoperta” di Maria Sofia Corciulo).

Immagino che il primo problema affrontato dai redattori sia stato quello di decidere quali nomi includere. La cultura liberale, infatti, ha subìto in Italia una sorte singolare: pur ricchissima di fermenti, solo in parte è confluita in forme organizzative specifiche (come è avvenuto invece in altri Paesi europei), raramente si è identificata con un partito specificamente liberale (del resto sorto molto tardi, come testimoniano le voci del primo tomo scritte da Fabio Grassi, Gerardo Nicolosi, Giovanni Orsina e Franco Chiarenza). Per larga parte però, questa cultura genericamente liberale, ha permeato di sé vasti settori della intellettualità italiana in diverse epoche storiche, animando riviste di fondamentale rilevanza (basti pensare al “Mondo” di Mario Pannunzio in quest’ultimo dopoguerra, biografato qui da Antonio Cardini), confluendo (anche se solo parzialmente) nella multiforme esperienza dei radicali (da Ernesto Rossi a Marco Pannella, anche qui non solo nel Partito omonimo), nutrendo tramite il filtro prestigioso del Partito d’Azione settori politici poi confluiti nel piccolo Partito Repubblicano di Ugo La Malfa o nello stesso Partito Socialista (per lo meno in alcune sue componenti). Per non dire di tutta la multiforme galassia del liberalismo nazionale che domina la scena politico-parlamentare tra il 1861 e l’avvento al potere del fascismo: con personalità di spicco quali i leaders della Destra storica (qui sono tutti biografati, ovviamente), quelli della Sinistra depretisina, i due fondamentali protagonisti del passaggio tra i due secoli: Crispi e Giolitti (complementari e al tempo stesso opposti); e ancora, Salandra e Cocco Ortu, e Nitti col suo accentuato riformismo sociale; e Vittorio Emanuele Orlando, Giovanni Amendola e Luigi Einaudi.

C’era un rischio, dunque: o tutti liberali o nessuno o quasi liberale.

I curatori hanno, mi pare, optato sia pure con misura per la prima alternativa. A scorrere la serie dei biografati nel Dizionario si resta talvolta sorpresi per la larghezza dei criteri di scelta. Ma anche colpiti da un dato obiettivo: la diffusione “pluralistica” del liberalismo italiano, nelle sue tante varianti, più o meno radicali, più o meno attente al fenomeno sociale. Come se da un’unica fonte scaturissero rivoli infiniti, destinati a irrigare territori anche molto distanti da quello della sorgente originaria.

Guido Calogero, dunque, ma anche Giovanni Ansaldo (che, uomo di Galeazzo Ciano, diresse durante il regime “Il Telegrafo” di Livorno); Tullio Ascarelli, Guido Astuti, Giovanni Cassandro, quanto dire il cuore di una certa cultura giuridica italiana del dopoguerra; o, per tornare al Risorgimento, Terenzio Mamiani, Pasquale Stanislao Mancini, Carlo Cattaneo ma anche il suo avversario di sempre, Giuseppe Mazzini; e, con Mazzini, Cavour (ma non c’è una voce Garibaldi); e poi naturalmente Salvemini, De Caprariis, e prima di lui Giustino Fortunato e Gobetti (ma tra i grandi meridionalisti gobettiani manca, e sorprende, l’azionista Guido Dorso); i due Rosselli; Norberto Bobbio; un intellettuale fuori dalle righe come Ennio Flaiano; Sonnino e Franchetti (conservatori); Jacini; Jemolo (liberale, sì, ma anche cattolico); Alberto De Stefani (che per essere liberista, lo fu, ma liberale è un altro paio di maniche); naturalmente Luigi Luzzatti, i due Malagodi, ma tra i risorgimentali figura anche Giuseppe Manno, che proprio liberale non fu mai, uomo anzi per tanti aspetti di antico regime, come è costretto ad ammettere onestamente il suo biografo Salvatore Mura. E ancora Giuseppe Maranini, Nicola Matteucci (forse nel primo tomo, avrebbe meritato una voce il gruppo composito del Mulino, che fu insieme liberale e cattolico, seppure in modo speciale, e che concorse a introdurre in Italia la sociologia e la politologia di marca anglosassone), e anche Raffaele Mattioli (e qui siamo di nuovo in terra di confine) e Guido Carli ed altri eminenti personalità della finanza e dell’economia. Qualche perplessità suscitano figure come quella di Giuseppe Medici (ministro democristiano oltre che grande esperto di scienze agrarie), e di Cesare Merzagora (uomo di finanza ma anche politico Dc), e specialmente Pella, mentre Prezzolini è stato personalità composita, che nel Dizionario non stride ma forse ci sta stretto; ovviamente Gaetano Mosca, e Nathan (gran maestro della massoneria, il “partito della borghesia” come la chiamò Gramsci nel celebre discorso del 1924 alla Camera), e Omodeo, e poi Chabod.

Anche Ezio Vanoni liberale, però? Anche Gioacchino Volpe? Mi rendo conto che il “gioco della torre” è stucchevole ed anche poco produttivo, specie dinanzi ad un lavoro tanto ben ideato, congegnato e messo in pagina con tanta perizia anche editoriale. E tuttavia qualche perplessità al lettore resta. Giustificabile tenendo presenti le ricorrenti debolezze e le parallele virtù della tradizione liberale italiana. Piuttosto che esprimersi in proprio, attraverso forme organizzate magari attive anche sul terreno elettorale, piuttosto che parlare i linguaggi della politica, l’ideologia liberale in Italia si è trasfusa in una molteplicità di esperienze diverse, ha bagnato (come fanno certi fiumi carsici) molti territori anche tra di loro lontani, ha pervaso di sé molte culture. Deriva da ciò un dato generale di debolezza (il liberalismo è cultura di minoranza e di minoranze, stretto com’è nel secondo dopoguerra tra le due grandi sub-culture cattolica-democristiana e marxista-comunista). Ma anche ne discende un discordante segnale di vitalità. Se esistono delle élites, nella storia dell’Italia unita (ed anche sul processo nostro di formazione delle élites nazionali molto si potrebbe discutere), queste vanno individuate, più che nel tessuto sociale del Paese, nella frastagliata geografia delle classi dirigenti: un certo modello di imprenditoria colta (mancano del tutto gli Agnelli, però); una certa banca (anche la grande banca mista, come dimostrano i casi di Mattioli e di Menichella, qui biografati; escluso Enrico Cuccia, invece, ed è forse una lacuna; escluso Alberto Beneduce, che di Menichella fu il mentore, di Cuccia il suocero, di Mattioli uno dei principali estimatori e supporter); un certo mondo dell’editoria (qui però sono assenti i Giulio Einaudi, e si potrebbe e capire, ma anche i Bompiani, e persino i Rizzoli e i Mondadori); un certo tipo di giornalismo di idee. La magistratura è quasi invisibile.

Nella storia d’Italia – si desume dall’opera – corre una sorta di filo rosso liberale. Minoritario in politica, ma ben presente nella formazione e nella cultura dei gruppi dirigenti (basti dire l’enorme peso esercitato da Croce, ben oltre la ristretta schiera dei liberali dichiarati e ben al di là della sua stessa epoca storica).

Ciò spiega due paradossi: quello dell’Italia del fascismo, proseguito e accentuatosi in quella democratica del dopoguerra. Alludo al fenomeno, storiograficamente interessantissimo, che chiamerei della “doppia leadership”. Nel fascismo la leadership fascista, con tutti i suoi fasti, la sua pervasiva vocazione totalitaria, il suo popolo in divisa, l’esibizione muscolare dei discorsi dal balcone, le sue sfilate in armi, il suo linguaggio da caserma; ma anche quell’altra leadership, nascosta e costantemente tenuta sotto traccia, espressa nelle scelte economico-finanziarie ed imprenditoriali affidate non a caso al brain trust di Alberto Beneduce

E penso anche all’altro caso di “doppia leadership”, quella del dopoguerra repubblicano: all’Italia divisa tra la nuova classe politica democristiana, imbevuta spesso di clericalismo, e un gruppo di testa della finanza pubblica, della liberalizzazione, dell’intervento straordinario, della prima industrializzazione a prevalente matrice liberale.

Un Paese curioso l’Italia: con chiassose maggioranze massicce schierate in piazza e nelle urne e silenziose élites ristrette ma tuttavia decisive, arroccate saldamente nelle stanze segrete del potere. Fatto un calcolo approssimativo su questi 404 nomi si scoprirà che i liberali, decisamente sconfitti nella nuova società di massa del dopoguerra, ne hanno tuttavia disegnato con assoluta e felice precisione, in anni difficili e per qualche tratto eroici, le future linee dello sviluppo.

 

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