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Dizionario del liberalismo (tomo II). Presentazioni e pubblicazione degli atti (Cagliari, 12 maggio 2015)

  • Cagliari, 12 maggio 2015. Nota introduttiva di Laura Pisano. Interventi di Gianfranco Tore, Gianluca Scroccu, Raimondo Cubeddu, Franco Siddi e Antonio Casu.

  • PRESENTAZIONE DIZIONARIO DEL LIBERALISMO, SECONDO TOMO. CAGLIARI, 12 MAGGIO 2015 Nota Introduttiva di Laura Pisano.

     

    Il 12 maggio si è svolta nell’Università di Cagliari la presentazione del secondo tomo del Dizionario del liberalismo italiano, edito da Rubbettino. All’incontro organizzato dai docenti dell’Università di Cagliari Laura Pisano (professore ordinario di Storia del giornalismo) e Marco Pignotti (professore associato di Storia contemporanea), in collaborazione con l’ISPLI (Istituto Storico per il Pensiero Liberale), hanno preso parte Francesco Atzeni (Direttore del Dipartimento di Storia, Beni culturali e Territorio dell’Università di Cagliari), Raimondo Cubeddu  professore ordinario di Filosofia politica presso l’Università di Pisa), Antonio Casu (direttore della Biblioteca della Camera dei Deputati) e Franco Siddi (membro del comitato esecutivo dell’Ifj, Federazione internazionale dei giornalisti).

    I relatori hanno messo in luce le principali caratteristiche dell’opera, che raccoglie 404 biografie di personalità della politica, della diplomazia, della cultura e del giornalismo, ascrivibili, alcune in modo spiccato, altre più a latere, al mondo liberale italiano, sottolineando quelle che sono le conseguenze, alcune criticabili e pur tuttavia stimolanti ai fini della riflessine storica, della  ecisione dei curatori di inserire anche alcune figure che non sono propriamente appartenute al mondo liberale, provenienti da itinerari di formazione diversi o che, pur essendo di formazione liberale, poi avrebbero fatto scelte politiche e culturali diverse.

    I relatori intervenuti hanno concordato sulle difficoltà affrontate e superate dall’opera per mettere insieme i profili di personalità vissute nell’arco cronologico che va dall’inizio dell’Ottocento al primo decennio del Ventesimo secolo, in considerazione del fatto che il movimento liberale è sempre stato, come ha rilevato soprattutto Raimondo Cubeddu, molto frammentato e diviso al suo interno: si pensi all’annosa divisione tra laici e cattolici, o anche alle infiltrazioni di figure vicine alla massoneria.

    Un’altra peculiarità del liberalismo messa in rilievo è stata la sua idiosincrasia verso la formazione di un partito di massa, come sottolineato da Francesco Atzeni e Antonio Casu, ma piuttosto il suo configurarsi come partito di nicchia, di élite. Ciò nonostante esso è stato sempre in grado di creare opinione e di partecipare attivamente al dibattito culturale, politico e sociale, svolgendo anche una funzione di critica attiva. Ai primi liberali come Giovanni Amendola, inoltre, come ha ben messo in rilievo Franco Siddi nel suo intervento, va ascritto il merito di aver strenuamente difeso la libertà di stampa, richiamandosi anche ai valori del Risorgimento italiano.

    Con la realizzazione del secondo tomo del Dizionario del liberalismo italiano, fortemente voluta da Fabio Grassi Orsini, è stato colmato un vuoto nella nostra storiografia, dove erano già presenti dizionari di altri movimenti politici (da quello cattolico a quello marxista, dal movimento socialista ai movimenti di destra). La storiografia offriva una sorta di mappatura, in cui mancava appunto un’opera riguardante la tradizione liberale e che raccontasse le persone appartenenti al mondo liberale. Un’opera necessaria dunque, il Dizionario, attraverso la quale è oggi possibile comprendere il ruolo determinante assunto dalla classe dirigente liberale nella creazione dello Stato nazionale fino ad arrivare al fascismo e, sia pure con rilievo diverso, nella istituzione della Repubblica italiana.

     

     

    Gianfranco Tore: l’ introduzione ai lavori fatta dai relatori, ha evidenziato il ruolo significativo che il liberalismo italiano ha continuato a svolgere anche quando le forze liberali hanno perso il ruolo politico eminente svolto nei primi decenni preunitari.

    Relativamente alle scelte editoriali e al discusso inserimento di personaggi come il barone Giuseppe Manno mi preme sottolineare il fatto che il Manno nei decenni risorgimentali non è vissuto ai margini della vita pubblica; è stato , infatti segretario personale del re Carlo Felice e artefice della abolizione del regime feudale e delle decime e proponente della riforma del codice penale. Pur contrastando il Cavour, ha ricoperto l’incarico di vicepresidente e Presidente della Suprema Cassazione e del Senato in anni cruciali: 1848 e 1849-1855. Ritengo pertanto che il suo inserimento nel Dizionario sia più che giustificata.

    Oltre ad alcune doverose presenze, relativamente all’area sarda vorrei segnalare anche qualche assenza ingiustificata in particolare quella di Giuseppe Todde.

    Nella Torino preunitaria egli fu brillante allievo del Melegari e di Stanislao Mancini. Docente di diritto costituzionale e di economia politica nelle Università di Sassari, Modena e Cagliari, amico intimo del Ferrara, acuto polemista del giornale Lo Statuto (1854-1859) il Todde fu tra i promotori e fondatori della Associazione Adam Smith (Firenze 1874) e tra i sottoscrittori del Programma della Associazione liberale italiana(1892). Maffeo Pantaleoni lo considerò uno dei più validi economisti liberisti italiani e Wilfredo Pareto , nei suoi lavori sui danni del fiscalismo, lo cita come uno dei più autorevoli riferimenti. Nell’ ultimo Ottocento, il Todde, rettore dell’Università di Cagliari, era insomma considerato a livello nazionale come uno dei grandi custodi della tradizione liberale e liberista italiana.

     

    Gianluca Scroccu: Ho letto con interesse il “Dizionario” e tra le tante voci volevo sottolineare quella dedicata a Giuseppe Are, che da giovane era legatissimo ad Antonio Giolitti, cognome importante nella storia italiana, che seguì nell’uscita dal PCI dopo i fatti del 1956. Giolitti, peraltro, aveva rapporti molti intensi anche con altri storici del giro pisano, ad esempio con Furio Diaz. Voglio sottolineare anche la voce dedicata ad una personalità come Aldo Bozzi, particolarmente attuale ai nostri giorni in cui discutiamo di riforme istituzionali e costituzionali; vorrei ricordare, inoltre, che Bozzi fu candidato alla presidenza della Repubblica nel 1978 incontrando grande apprezzamento anche nelle forze di sinistra. Mi sembra molto interessante anche la scelta di dedicare voci a personalità del mondo della cultura in senso lato, tra cui mi ha colpito quella dedicata ad Enzo Tortora. La voce mette infatti ben in mostra come l’impegno politico di Tortora sia iniziato prima della sua nota vicenda carceraria e dell’impegno nel partito radicale, con una militanza pregressa nel mondo liberale e una battaglia per il pluralismo e l’indipendenza della Rai dai partiti che gli costò un clamoroso licenziamento nel 1969.

     

    Raimondo Cubeddu: Vorrei anzitutto ringraziare Laura Pisano e Francesco Atzeni per il graditissimo invito e tutti Voi per la partecipazione. Lasciando ad Antonio Casu e a Franco Siddi il compito di sviluppare il tema del rapporto tra Giornalismo e liberalismo nell’età contemporanea, vorrei invece parlarvi del Dizionario del Liberalismo Italiano e delle ragioni che lo hanno ispirato.

    Anzitutto devo dire che sono lieto ed orgoglioso di aver fatto parte del Comitato promotore del Dizionario, e che il suo secondo e ricco tomo conclude un’opera che colma in maniera encomiabile un vuoto nella nostra cultura politica. Penso anche che sia doveroso ricordare che tale importante risultato è dovuto ad una felice e feconda idea di Fabio Grassi Orsini e alla sua determinazione nel progettarla e nel portarla a conclusione col contributo di noi del Comitato promotore ed in particolare di Gerardo Nicolosi e dei suoi validi e generosi collaboratori.

    Vorrei iniziare esprimendo il mio pieno consenso con quanto ha detto Francesco Atzeni nel presentare quest’opera come una raffigurazione dell’”ambiente liberale italiano” più che di un astratto liberalismo.

    Il liberalismo italiano, nelle sue tante versioni, è stato infatti ed indubbiamente una delle componenti fondamentali, e forse la più importante, della nostra storia nazionale. Tuttavia, per ragioni che richiederebbero un’analisi che non può essere fatta ora, ma forse proprio a ragione delle sue molte versioni, la componente liberale, diversamente dalle altre componenti della cultura politica italiana, non aveva finora ricevuto un’indagine d’insieme che ne mettesse il luce la dottrine, le teorie e che enumerasse, sia pure in maniera incompleta, i tanti illustri e meno illustri esponenti. Questo secondo tomo, dedicato appunto agli esponenti, si proponeva quindi di mettere in evidenza il rilievo che la tradizione e la dottrina liberale hanno avuto nella nostra storia. E penso ci sia pienamente riuscito.

    La storia e la vicenda del liberalismo italiano si svolge e si consuma in un immane sforzo di creare uno Stato nazionale in un ambiente difficile ed ostile mitigato da una propizia situazione storica che il grande liberale Cavour seppe sfruttare con rara intelligenza, perizia e determinazione. In tale progetto vennero profuse le energie migliori. Ciò che caratterizza il liberalismo italiano, allora, è proprio questo progetto; un progetto che lo differenzia dal liberalismo il quale, se inteso come una ricerca filosofico-politica sul miglior ordine politico, ha sempre coltivato se non una sorta di anti-statalismo, per lo meno una certa diffidenza nei confronti del potere statale. I nostri antenati liberali si trovarono invece di fronte al difficile compito di creare, come statisti, uno stato e, come liberali, di limitarne il potere nel contesto di uno Statuto voluto o imposto da una monarchia di tendenze assai poco liberali. L’estrema difficoltà dell’impresa, che si aggiunge al fatto che la dottrina politica ed economica liberale inizia ad affermarsi nel primo Ottocento come prodotto intellettuale di produzione straniera: francese ed inglese, contribuisce anche a spiegare le vicende del liberalismo italiano e, una volta realizzata l’Unità, anche il suo declino. Se non altro come forza politica, anche se non parlamentare.

    Come si evince dai circa 800 ritratti qui contenuti, le componenti ideali, filosofiche, economiche e, in generale, culturali del liberalismo italiano furono diverse e per certi versi disparate. Indubbiamente, tra le varie storie del liberalismo occidentale la nostra non offre contributi di primaria importanza come quelli, per fare soltanto pochi nomi, di Locke, Montesquieu, Smith, i Padri Fondatori, Constant, Bastiat, Mill e, più recentemente, di Keynes o di Hayek. Ma non è assolutamente da sottovalutare il fatto che il nostro liberalismo, proprio dal momento del suo sorgere, mise l’attenzione, soprattutto con Rosmini, su quello che fu, è, e rimarrà uno dei problemi centrali e tuttora irrisolti della tradizione filosofica e politica liberale: il suo rapporto con la religione ed in particolare col cattolicesimo. E lo fece in un momento in cui la difficile realizzazione dell’unità nazionale si scontrava sia col Papato, sia con una maggioranza della popolazione che nei confronti del liberalismo nutriva, a torto o a ragione, diffidenze generate da incomprensione e da atteggiamenti non sempre ‘liberali’ dello stato unitario nei confronti della chiesa cattolica e dei suoi beni.

    I nostri “padri liberali”, in un modo o nell’altro riuscirono comunque a venirne fuori dignitosamente. Ma, quando si pensava che l’orizzonte si fosse finalmente rasserenato ebbero la sfortuna di imbattersi nella nascita di altri movimenti politici, come quello socialista e quello cattolico, dalla contrapposizione ai quali, per motivi diversi, riuscirono sostanzialmente sconfitti. Forse perché il liberalismo italiano fu sempre un movimento di élite e di élites diverse e talora contrapposte, accomunate, forse e soltanto, da una fastidiosa tendenza a essere le educatrici della nazione e del suo popolo. Questa frammentazione e questa debolezza teorica divennero evidenti quando all’originaria influenza del laissez faire e del manchesterismo (quello che in corrispondeva ai canoni della tradizione liberale veniva chiamato “liberismo” in contrapposizione a quel “protezionismo” che invocava invece un marcato intervento dello stato nella sfera economica) si sovrappose quella che Francesco Ferrara –il quale con Minghetti, fu il maggiore economista liberale italiano dell’Ottocento– definì “germanesimo economico”.

    Sembrano cose lontane, Ma non è così perché si tratta degli antecedenti storici di quella contrapposizione tra liberismo e liberalismo che funestò la storia del liberalismo italiano per buona parte del Novecento. Una contrapposizione che ingenerò confusione e perdita di identità nella tradizione liberale e soprattutto tra quei suoi più giovani esponenti i quali ammiravano Croce e ne temevano il giudizio, e che indubbiamente limitò l’influenza che il partito liberale di Croce e di Einaudi avrebbe potuto svolgere nella storia del dopo-guerra. Ma se Croce ed Einaudi riuscirono a mantenere in vita la tradizione liberale nella difficile epoca del fascismo, quel dibattito chiuse per decenni il confronto con quello che il liberalismo era diventato nel mondo del dopoguerra, e ne arrestò la vitalità senza assicurarne un futuro.

    Il dibattito, per di più, si svolse nei difficili anni del fascismo, consumò in sterili discussioni e contrapposizioni le energie migliori e sostanzialmente, senza produrre niente di effettivamente rilevante dal punto di vista teorico, contribuì, in maniera sicuramente indiretta, anche ad arrestare lo sviluppo teorico di quello che –come ho detto– penso sia stato il maggior contributo italiano alla dottrina liberale: l’attenzione al rapporto con la religione cattolica. Un rapporto difficile, denso di problemi teorici e reali forse irrisolvibili ma anche di reciproche incomprensioni, sul quale pesava pure l’influenza che la massoneria esercitava sul liberalismo italiano.

    Tutto ciò, e molto altro si potrebbe aggiungere, soltanto per dire (ma senza che sia mia intenzione aggiungere giudizi negativi sulla massoneria e giudizi positivi sulla tradizione cattolico-liberale) che la storia del liberalismo italiano non fu facile e che tutti i suoi esponenti ci cimentarono con problemi che forse erano superiori alle loro forze. Se la cavarono, ma certamente non lasciarono una cultura liberale vitale ed un partito liberale forte.

    In sintesi, quel che al di là della mia interpretazione di questa storia intendo dire, è che prima di giudicare, bisogna capire la situazione problematica nella quale il liberalismo italiano si trovò a pensare e ad agire. Una situazione indubbiamente difficile.

    Ma torniamo al Dizionario.

    Come già accennato, abbiamo dedicato il primo tomo alle dottrine: politiche, giuridiche, filosofiche, economiche, etc., e il secondo ai personaggi. Sono sincero, il secondo tomo mi è piaciuto meno del primo anche se contiene una novità importante che è quella dell’attenzione prestata –grazie anche al suggerimento di Maria Gabriella Riccobono– ai personaggi che svilupparono tematiche liberali nel campo della letteratura e delle arti. Questo giudizio parzialmente critico, e comunque soggettivo, è però dovuto anche ad una difficoltà oggettiva che abbiamo incontrato; ovvero al fatto che il disegno complessivo è stato reso più complicato dall’ineludibile necessità di inserire sia personaggi che in una certa fase della loro furono liberali o lo diventarono, sia molti di coloro che tali si proclamarono. Alla varietà degli italici liberalismi, e da essa favorita, si aggiunse così un numero notevole di intellettuali e di politici che, a torto o a ragione, si proclamarono liberali. Abbiamo dovuto prenderne, per me mestamente, atto e darne conto. Soprattutto perché si è trattato talora di personaggi che nella nostra storia hanno avuto un certo rilievo.

    Nonostante il fatto che il liberalismo sia sostanzialmente una teoria politica con una forte caratterizzazione individualistica e aperta all’innovazione teorica e pratica, quella sovente confusa pluralità di approcci teorici e di interpretazione personali ebbe delle conseguenze inattese ed indesiderate. Esponeva infatti, come spesso avvenne, allo scambiare per questioni di rilevanza universale quelle che erano invece questioni di importanza molto più limitata e talora semplicemente delle incomprensioni riguardo ai canoni teorici della dottrina liberale. È il caso, ad esempio, dell’interpretazione di Carlo Antoni del rapporto tra liberalismo e liberismo (ovvero del rapporto tra un presunto liberalismo “etico-politico” ed un liberismo economico) come una questione di portata universale quando si trattava invece di una questione tutto sommato legata al suo non volersi staccare dalla tesi di Croce il quale pensava che essendo il mercato il luogo dell’”utile” esso avrebbe prodotto una diversificazione che avrebbe potuto ricomporre soltanto uno stato sorretto da forti ideali etici. Dove è evidente non che il mercato è, per dirla con Schumpeter, un processo di distruzione creatrice in perenne cambiamento (cosa scontata ben nota alla tradizione liberale), ma che attribuire allo stato la missione di indirizzare tale processo in una direzione ‘etica’ è assai poco liberale. Se non altro perché, e soprattutto se, come nel caso di Croce, non si crede nella pre-politicità dei diritti naturali, si finisce per estenderne quelle competenze che il liberalismo si propone invece di limitare e di ridurre.

    Per questo, anche se personalmente (non essendo un “cattolico liberale” e neanche un “liberale cattolico”) ho le mie idee, devo ribadire che se un contributo di valenza universale alla teoria e alla storia della tradizione liberale è venuto dall’Italia, esso non fu il dibattito liberalismo-liberismo, bensì l’aver avvertito la complessità del rapporto tra il liberalismo e la religione. Non mi dilungo su quanto la questione sia tuttora aperta, ma accenno soltanto al fatto che per alcuni studiosi il liberalismo è una dottrina politica sostanzialmente atea e che per altri è invece una sorta di secolarizzazione del Cristianesimo.

    A tale contributo vorrei anche aggiungere quello della “Scuola italiana di Scienza delle finanze”. Ma non posso trattenermi, se non per dire che grazie a Francesco Forte che ha curato la parte economica e quella degli economisti, tale Scuola trova nel Dizionario la giusta sanzione della sua importanza internazionale.

    Certamente, se si dà soltanto uno sguardo sommario ai personaggi si può avvertire la sensazione che lo spazio dedicato ad alcuni di essi non è pari alla loro importanza e ci si potrebbe anche accorgere che mancano dei nomi importanti e chiedersi come mai ci siano così poche donne (una questione, quest’ultima, per risolvere la quale mi appello a Laura). Si tratta comunque di difetti che certamente si sarebbero potuti evitare, ma che altrettanto certamente potranno essere corretti nella versione on line per la quale vi prego di far giungere le vostre preziose e gradite segnalazioni. Comunque sia, noi liberali abbiamo molti difetti, ma non quello di crederci perfetti e di fare cose perfette. E neanche quella di cercare di spacciare per tali cose che ovviamente, come tutti i prodotti umani, non possono esserlo.

    Infine, essendo a Cagliari ed essendo io stesso sardo, viene spontaneo chiedersi quale sia stato il contributo della nostra regione, prima come Regno di Sardegna, e poi come parte del Regno d’Italia e della Repubblica italiana, al liberalismo e alla sua storia. I nomi di sardi sono pochi, per l’esattezza nove, ed il loro inserimento è talora controverso. Tra di essi, e giustamente, spiccano i Cocco Ortu, ma nessuno di essi può essere considerato un personaggio di primo piano della nostra storia politica o culturale.

    Tuttavia non bisogna dimenticare che sardo, anche se nato ad Ancona e vissuto a Torino, si sentiva, parlandone la lingua appresa nelle lunghe vacanze estive dai parenti, anche colui che è ormai considerato il pensatore italiano che nel dopo guerra ha dato il più importante contributo al liberalismo. Fondatore a Pavia, dove insegnava, della rivista “Il Politico”, Bruno Leoni fu amico ed interlocutore dei più importanti esponenti del liberalismo del suo tempo: solo per citarne alcuni Hayek, Buchanan, Mises e Friedman. Fu segretario e poi presidente della più importante associazione di intellettuali liberali esistente, ovvero della Mont Pélerin Society. Si può dire che la sua opera più importante: Freedom and the Law, apparsa nel 1961 e tradotta in italiano soltanto nel 1995, ha poco a che fare con la tradizione liberale italiana e ancor meno, anche perché non esiste, con quella sarda. Ma penso anche che tutti i liberali sardi, e tutti i sardi che si interessano di teoria politica, dovrebbero essere orgogliosi del fatto che i più importanti contributi italiani alle principali tradizioni filosofico-politiche del nostro secolo, ovvero al liberalismo ed al marxismo, siano venuti da personaggi –rispettivamente Leoni e Gramsci– che parlavano la nostra lingua.

    Franco Siddi: Ringrazio la professoressa Pisano per l’invito. Mi si chiede di tirare le conclusioni, ma la forza e la qualità degli interventi sono già un punto e non può un giornalista (e un rappresentante di categoria come me) “concludere” ragionamento che sono innanzitutto degli storici e degli studiosi. Piuttosto l’ultimo intervento mi stimola a introdurre qualche spunto specifico, sui cui peraltro ci guida il tema di questo incontro. Antonio Casu, infatti, si è molto si è soffermato sull’intreccio politica-informazione nell’Ottocento, sul percorso della cultura liberale che si è diffusa attraverso giornali e chi li compilava, fino a proporci un “liberalismo che sublima se stesso nella democrazia di massa”. Ma già il Direttore Atzeni aveva già offerto più spunti a tutti noi, nella sua introduzione, che è stata una vera e propria guida ragionata e essenziale al Dizionario del Liberalismo Italiano per recuperare attraverso la conoscenza dei protagonisti (sardi compresi) i caratteri della nostra vicenda storica e civile.

    Vorrei – debbo – qui parlare del tema della libertà di stampa. Un tema spinoso fin dall’Ottocento e dall’Unità d’Italia in poi. Un problema, quello della libertà di stampa, mai completamente risolto, perché ancora oggi i poteri economici, finanziari e politici condizionano l’indipendenza dei giornalisti. Un problema sempre più grave soprattutto con Internet e la comunicazione globale, dove si perde la garanzia di offrire al lettore informazioni vere e verificate.

    Raimondo Cubeddu ha fatto una rassegna brillante della forza e dei limiti della cultura liberale. La cultura liberale non si è mai organizzata in un movimento partitico di massa. Il 1848 – con lo Statuto Albertino – ha rappresentato un anno importantissimo che ha stabilito la libertà di stampa. Ciò è stato determinante per contribuire alla creazione dello Stato nazionale, che ha visto in campo liberali, repubblicani e rivoluzionari.

    Possiamo dire che la libertà di stampa è diventata un punto di riferimento nell’Italia repubblicana. Lo Statuto Albertino è stato fondamentale anche perché è stato alla base della stipula dell’articolo 21 della Costituzione. I giornali, che in quel tempo prosperavano, di solito erano di cultura politica. Erano strumenti attraverso i quali diversi personaggi della politica riescono ad affermarsi. Filosofia, stampa e politica si intrecciano insieme in vicende importanti, come per esempio quella relativa all’interventismo nel 1915, all’epoca della prima guerra mondiale. In particolare, il Corriere della Sera, giornale con roccaforte nel nord Italia creò un movimento di massa su questa tema, così come il Resto del Carlino. Alcuni dei giornalisti di primo piano di queste testate sono presenti nelle voci del dizionario del liberalismo. Si pensi, su tutti, ad Albertini, direttore del Corriere della Sera, il quale era un liberal-conservatore che vedeva nell’Unità nazionale la maturazione di un processo storico e ideale del Risorgimento. I giornali erano decisivi nella lotta politica (pensiamo al socialista Avanti! diretto da Mussolini). Giornalisti e giornalisti-politici illustri troviamo numerosi nel Dizionario.

    Tra i vari personaggi ricordiamo Giovanni Amendola (giornalista del Resto del Carlino, diretto all’epoca da Mario Missiroli, poi soprattutto del Corriere della Sera di Luigi Albertini).

    Amendola era, oltreché filosofo, impegnato in politica. Egli sostenne le idee liberali di quel tempo. Amendola era il prototipo del liberalismo inteso come cultura e fede laica, valore supremo della legge e della giustizia, e dell’uguaglianza di fronte alla legge. Amendola era il primo liberale progressista, prima ancora di Gobetti. Si oppose alla dittatura fascista, mentre altri liberali non osarono opporsi. La differenza tra Albertini e Missiroli è che il primo fu costretto a lasciare il Corriere della Sera per le ingerenze del fascismo, mentre Missiroli rimase prima al suo posto, poi passò al

    Quotidiano “Il Secolo” e, ondeggiando, passando da “la Stampa” al quotidiano “Epoca”, si inclinò al fascismo. Egli divenne filofascista, arrivando a giustificare perfino le leggi razziali, poi dopo il ’43 divenne antifascista. La sua fu quasi una “conversione continua”, che lo portò nel ’46 addirittura ad ottenere, con l’appoggio di Pietro Nenni, la direzione de Il Messaggero. Passò poi a dirigere il Corriere della Sera, dal 1952 al 1961, nel periodo del centrismo degasperiano, per poi lasciare la guida del quotidiano nel periodo del centrosinistra.

    Nel dizionario trovano, come accennato, posto voci davvero importanti del giornalismo. La stampa si è avvalsa della cultura liberale, favorendo un bilanciamento dei poteri, dei ruoli e delle funzioni. All’inizio del Novecento, di solito, i giornalisti andavano a duello con i politici in eopi8ci scontri sulla diffamazione. Nel 1909 ci fu il primo congresso della FNSI, in un periodo in cui molti giornalisti erano in galera. La Fnsi era nata l’anno prima. La mia convinzione è che la libertà di stampa sia stata il carburante del processo risorgimentale e poi della liberazione dal fascismo. Oggi la libertà di stampa è un bene pubblico, che risulta però spesso sotto tiro. Questo ce lo diceva – perché capitava anche allora e tragicamente lo fu durante il fascismo – lo stesso Amendola, testimoniando e lottando per preservarla. I poteri non rinunciano a soffocare la libertà di stampa e a tentare di controllarla.

    Giovani Amendola fu anche l’artefice del Manifesto dell’Unione nazionale democratica, la quale era di ispirazione liberale ed era sorta nel 1924. Da lì partiva anche il rinnovamento giornalistico. Ci vollero 20 anni per arrivare all’affermazione del pluralismo dell’informazione. Ma per una concreta e permanente riconoscibilità di questa condizione il bilanciamento dei poteri è essenziale.

    Per quanto riguarda i sardi, nel Dizionario, spiccano alcune (ancorché non tante) grandi personalità. Tra le altre i due Francesco Cocco Ortu, identificati, nelle puntuali schede curate da Laura Pisano, in senjor (l’Avvocato che si affermò e si impose tra Ottocento e Novecento come parlamentare, ministro, pubblicista, tra i fondatori del quotidiano “L’Unione Sarda”) e junior, il grande nipote che ne raccolse il testimone. Quelli della nostra generazione di studenti e di giornalisti degli anni Sessanta e Settanta lo consideravamo un destrorso, anche perché influenzati dalla sua forte opposizione pure al Centrosinistra di allora, ma in realtà si rivelò un liberale progressista sul terreno della competizione delle idee, fondatore tra l’altro di due giornali, l’Italia Liberale e Rivoluzione Liberale

    Per quanto riguarda la figura di Giuseppe Manno, la cui inclusione nel dizionario del liberalismo è stata un po’ criticata, io credo che sia stato inserito soprattutto per una iniziativa di segno economico verso la proprietà privata architrave del liberalismo in economia. Egli fu, infatti, protagonista della legge delle chiudende che assegnava la proprietà privata delle terre in Sardegna, favorendo coloro che sarebbero diventati i latifondisti, coloro che erano già forti perché ricchi o portatori del potere con la paura. Per pastori e contadini nuovi problemi e motivi contrasti sociali non del tutto mai risolti. Per l’analisi di questa problematica basi fondamentali e punti fermi sono il lavoro di Giuseppe Fiori nel suo libro La Società del malessere della Commissione Medici sul banditismo in Sardegna.

    Il dizionario del liberalismo italiano ci parla, ci fa riflettere e pensare. E’ un’opera meritoria, pur con alcune scelte che possono essere da taluno considerate imprecise per tasso di adesione al liberalismo, che gli interventi hanno posto sotto la lente dell’attenzione critica. Ma non c’è dubbio che si tratti di un’opera importante, grande, dotata di un’ottima coerenza interna. L’unico aspetto, che oggi potremmo definire debole è il basso numero di donne biografate, soltanto tre ricordo. Ma bisogna misurarsi con le scelte fatte all’origine: nel Dizionario non sono citati i viventi. E il suffragio universale in Italia c’è da poco meno di settanta anni. Ogni biografia va letta avendo cura per il contesto storico in cui si svolta l’attività delle oltre 400 personalità citate.

    Abbiamo disponibile ora un dizionario utile, che ci aiuta a non disperdere il filo della nostra storia, a ricomporre tessere per comprendere la nostra vicenda sociale e politica. Il liberalismo ha alimentato, contaminato, in fondo tutte le grandi culture politiche di massa del Novecento: popolare cristiana, socialista, repubblicana e, persino, comunista, soprattutto in tema di libertà, senso dello stato rigore e moralità pubblica. Ma, dal mio punto di osservazione (quello della stampa, la cui libertà è condizione distintiva delle democrazie rispetto ai regimi autoritari), il principio della libertà come diritto comune è l’elemento “patrimoniale” più significativo che, in fondo, il Dizionario del Liberalismo Italiano ci aiuta a recuperare come bene di cui non si può fare a meno e per il quale è utile e giusto continuare a studiare, lavorare impegnarsi.

     

    Antonio Casu: Il rapporto tra liberalismo e libertà di stampa è antico, anzi originario. Il pensiero liberale annovera la libertà di stampa nel nucleo interno delle libertà fondamentali. Per questa sua peculiare caratura, essa è comunemente ritenuta uno degli indicatori fondamentali e più affidabili del tasso di libertà di ogni sistema politico, e dunque del grado di libertà dei suoi cittadini. La libertà di stampa è inconcepibile nello Stato assoluto, mentre al contrario costituisce uno dei parametri essenziali del costituzionalismo moderno, cioè della teoria istituzionale della borghesia come classe generale, fondato sulla divisione dei poteri.

    Conseguentemente, da un simmetrico angolo di visuale, la libertà di stampa è un fattore decisivo per la determinazione della natura, e dello stato di salute, della forma di governo. Dunque l’evoluzione della libertà di stampa diviene fattore decisivo nel rapporto tra i poteri. Potremmo dire che è dunque una forma specifica e indefettibile del più generale catalogo delle libertà. Con riferimento alle sue forme organizzative, e ai suoi stessi limiti espressivi, che trovano nella libertà individuale il proprio limes invalicabile, costituisce esercizio di responsabilità pubblica e privata.

    In conformità ai principi del costituzionalismo, trova solo nella legge il suo limite. E quindi l’analisi del processo di sedimentazione della libertà di stampa nel sistema politico, le sue affermazioni e i suoi arretramenti, sono un segno attendibile della qualità e della coerenza del movimento liberale, che del costituzionalismo moderno rappresenta la cornice politica.

    Come ha sottolineato Maurizio Griffo nella sua voce Libertà di Stampa, inserita nel primo tomo del Dizionario del liberalismo italiano, parafrasando le parole di Guido De Ruggiero, quella di stampa è una libertà recente, espressamente richiamata alla fine del Settecento nelle Dichiarazioni dei diritti e dei testi costituzionali delle rivoluzioni americana e francese.

    Le radici del costituzionalismo, come è noto, sono molteplici. Il patto sociale elaborato da Locke non è assoluto; include infatti libertà e sicurezza in una sfera di diritti pre-politici, inalienabili, che non vengono compromessi dal debito che l’individuo contrae con lo Stato che garantisce la sua protezione. Il patto sociale nella visione di Hobbes, al contrario, non concede nulla all’individuo, il contratto che il singolo contrae con lo Stato non gode di franchigia alcuna. In Rousseau lo Stato trova legittimazione nel principio originario di auto-determinazione del popolo, che si esprime manifestando la sua volontà generale, che dunque inevitabilmente assorbe i diritti individuali. Le differenti radici hanno condotto inevitabilmente a differenti evoluzioni della libertà di stampa.

    I fogli d’informazione nel Seicento si sono sviluppati nei paesi dove la borghesia urbana era in forte ascesa, innanzitutto Inghilterra e Francia, nei quali lo spirito imprenditoriale introduceva un potente fattore di innovazione nella vita sociale, che finiva per saldarsi sia con la sfera religiosa sia con quella politica. Un quadro molto diverso dall’Italia della Riforma cattolica, dove esisteva un Indice dei libri proibiti. E tuttavia anche lo scenario italiano presenta significative esperienze. Nonostante diverse città italiane si siano contese il primato della prima gazzetta a stampa in Italia, il primato è di regola attribuito alla Gazzetta di Firenze che nel 1636 cominciò a pubblicare, seguita da Genova e poi da altre città italiane.

    Queste gazzette, che si occupavano principalmente di affari esteri, erano sostanzialmente dei fogli di regime. Anche perché i gazzettieri potevano esercitare solo in base ad una licenza che non veniva elargita a titolo gratuito. E comunque i loro margini d’azione, e di autonomia dal potere, erano ristretti, tenuto conto anche della loro discutibile reputazione (un bando del 1691 li accomunava a prostitute e biscazzieri). Al riguardo sarebbe interessante approfondire, ma non si può in questa sede, le ragioni per le quali il potere si sia servito di personaggio ritenuti socialmente border line per incrementare il consenso sociale. Forse perché facilmente sacrificabili, secondo una fenomenologia del potere che si ripete in ogni tempo. In ogni caso, non sorprende dunque che una prima elaborazione dei criteri deontologici del “giornalista” si sia registrata in Inghilterra; mentre in Italia a quel tempo l’obiettività rimase un tema poco dibattuto.

    Da quel che finora si è detto si può dunque ricavare un primo paradigma: nei regimi assolutistici non vi è libertà di stampa; le gazzette sono fogli di regime; i gazzettieri, antesignani dei giornalisti, sono emanazione del potere costituito.

    Nonostante si possa convenire che, sia pure con lodevoli eccezioni, l’Italia tra il Seicento e il Settecento non conobbe una vera e diffusa libertà di stampa, con l’affermarsi del ruolo dei giornali – sia pure nella rappresentazione dei contenuti promossi dal potere costituito, e anzi proprio per adempiere meglio a questa funzione – crebbe anche la considerazione sociale del “giornalista”, e con essa si dilatarono i margini di autonomia del suo lavoro, che cominciò ad acquisire le dinamiche di una nuova professione, con le sue regole e le sue tecniche. Come sottolinea Oliviero Bergamini “con il tempo la figura del giornalista (termine ancora prematuro) cominciò a differenziarsi dal funzionario di corte; nei testi comparvero maggiori coloriture, uno stile più vivace, a volte, soprattutto una certa vena satirica e qualche spregiudicatezza” (così in La democrazia della stampa Laterza, Roma-Bari 2006, p. 43).

    Se questa era la situazione di giornali, diverso è il caso delle riviste culturali. Riflettendo l’influsso dell’Illuminismo, queste riviste svolsero una critica sociale, sia pure culturalmente paludata e indiretta, a volte in veste di satira, ma comunque tale da non incorrere nel giudizio del censore. Solo verso fine Settecento ci si pose l’obiettivo di oltrepassare la ristretta cerchia di studiosi e dotti per rivolgersi a un pubblico più vasto. E’ il caso della rivista milanese «Il Caffè». Da queste esperienze, molti altri giornali fiorirono, ma si deve tener presente che si tratta sempre di giornali sottoposti a censura, che non potevano spingersi a criticare l’ordine costituito.

    In Italia non si verificò alcuno scontro sulla libertà di stampa, come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Fino all’arrivo di Napoleone, essa rimase un argomento pressoché trascurato. In Italia la troviamo espressa nel triennio giacobino nelle Dichiarazioni dei diritti e dei doveri della Repubblica cispadana (1797) e della Repubblica napoletana (1799) nonché nella Costituzione della Repubblica cisalpina sempre nel 1797, che peraltro, come sappiamo, non entrarono mai in vigore. La situazione anzi andò peggiorando con la volontà di un ritorno all’ancien régime dopo l’avventura napoleonica, configurando una restaurazione che si manifestò con forza anche in Italia, che in alcuni casi risultò particolarmente severa anche a causa della eccessiva frammentazione del Paese, diviso nuovamente in più Stati assolutistici.

    Il ritardo dello sviluppo della classe borghese fu la causa principale dei limiti del giornalismo nazionale. Mancavano gradi centri propulsori come Roma, Parigi o Berlino e, dopo la caduta definitiva di Napoleone, ovunque la libertà di stampa in Italia venne soppressa. Ma la stagione napoleonica aveva lasciato in eredità una moltitudine di riviste e giornali certamente all’avanguardia rispetto all’ancien régime, e anche in Italia si registrarono numeri inferiori a quelli del resto d’Europa ma non meno significativi: negli anni Trenta uscivano a Milano 15 periodici, in Lombardia 22, in Piemonte 10, in Toscana 6 e nel Regno delle Due Sicilie 24 (così in O. Bergamini, cit., p.114. Cfr. anche, a cura di Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia, Storia della stampa italiana, Feltrinelli, Roma 1976, p. 310). L’informazione politica cessò di esistere, e discutere criticamente dell’attualità politica fu nuovamente vietato. In ogni Stato rifiorirono i giornali ufficiali, pubblicati sotto il controllo e con il sostegno delle autorità. La parte più viva del giornalismo ritornò ad essere quella culturale, e proprio attraverso le riviste culturali e scientifiche, tra mille ostacoli, prese forma un dibattito molto vivace che sebbene riferito all’accademia aveva risvolti sociali e politici molto forti. Ne è un esempio la polemica tra “classici” e “romantici”.

    Dal canto loro gli austriaci nel Lombardo–Veneto tentarono una organica operazione di costruzione del consenso, promuovendo una rivista di alto prestigio con l’intento di coinvolgere i principali intellettuali italiani, allo scopo era quello di valorizzare la dimensione multinazionale dell’impero asburgico, contrapponendola alla realtà italiana.

    I governanti austriaci tentarono di coinvolgere Ugo Foscolo dandogli la direzione della nuova testata «Biblioteca italiana ossia Giornale di Letteratura, Scienza ed Arti», ma questi rifiutò e la direzione venne offerta a Giuseppe Acerbi il quale, nel primo numero del 1816, pubblicò l’articolo Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni di Madame de Staël, che animò un vivace dibattito, questa volta tra classicisti e modernisti.

    Nello stesso periodo a Milano «Il Conciliatore» tentava di risvegliare l’identità nazionale degli italiani rivolgendosi ad un pubblico borghese, colto ed evoluto che intendesse assumere la leadership del Paese in una prospettiva nazionale ed indipendentista. «Il Conciliatore» avrebbe dovuto dunque perseguire un articolato progetto di formazione di una cultura di classe borghese, volto al sostegno di un rinnovamento nazionale con respiro europeo. Tutto ciò non sfuggì alle autorità che nel 1819 posero fine alla sua pubblicazione. Solo nel 1824 lo spazio vuoto lasciato dalla rivista venne colmato dagli «Annali universali di Statistica, Economia Pubblica, Storia, Viaggi e Commercio».

    Il testimone de «Il Conciliatore» venne idealmente raccolto da un altro periodico: l’«Antologia: Giornale di Lettere, Scienze ed Arti», che iniziò le sue pubblicazioni nel 1821. Ne facevano parte tra gli altri Gian Pietro Vieusseux, Niccolò Tommaseo, Pietro Giordani, e di tanto in tanto Alessandro Manzoni. L’«Antologia» rappresentò un primo esempio di professionalità giornalistica, che raggiunse una certa notorietà anche al di fuori della Toscana, ma anch’essa ebbe vita breve, e le sue continue allusioni al risveglio nazionale la portarono alla chiusura nel 1833.

    In quegli stessi anni vedeva la luce «La Giovine Italia» ad opera di Giuseppe Mazzini, precisamente nel 1832. La testata, clandestina, era considerata sovversiva e pericolosa dalle autorità, e per questo era stampata a Marsiglia e introdotta in Italia con tutte le difficoltà del caso. Nelle idee di Mazzini la rivista doveva raggiungere il più ampio pubblico possibile, perché mirava ad attrarre le masse nella lotta per l’Unità e l’indipendenza dell’Italia. Mazzini, infatti, era consapevole del ruolo essenziale di giornali e riviste nella costruzione del processo risorgimentale. Come ebbe ad osservare negli anni Trenta dell’Ottocento:

    “[l]a stampa parla a tutti e a ciascuno; alle moltitudini come all’individuo, si rivolge a tutte le classi, discute tutte le questioni, percorre rapidamente il Paese al quale volge la sua parola; lo solca, lo penetra, per cosi dire, s’ingerisce di tutto” (La missione della stampa ora in Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini, Galeati, Imola 1965, vol. VI, p. 112).

    Con queste parole, Mazzini esprimeva la sua personale convinzione dell’importanza della stampa ai fini della causa patriottica, per la formazione dell’opinione pubblica e per la creazione di movimenti sociali e politici. In effetti, sempre per usare le sue parole, “la stampa era fondamentale per la formazione dell’opinione pubblica e per la creazione di movimenti sociali e politici essa era per l’intelletto ciò che il vapore è per l’industria” (così in P. Murialdi, Storia del giornalismo italiano, Bologna, il Mulino 1996, p. 41). Mazzini intendeva in questa visione il giornalismo come “un atto di sacerdozio, un’opera di apostolato”.

    Ma intanto, e mentre noi tutti discuteremo fraternamente sui mezzi, sulle vie da scegliersi, esiste una sfera superiore alla quale è necessario che la stampa periodica s’inalzi, o, ripetiamo, rinneghi ogni potenza d’iniziativa. Il problema che s’agita è problema d’educazione; gli scrittori politici hanno ad essere educatori, e un giornale deve essere un atto di sacerdozio, un’opera d’apostolato (ivi)].

    «La Giovine Italia» non riportava notizie, ma proposte, progetti, esortazioni, raccomandazioni e proclami, si rivolgeva soprattutto a borghesi, studenti e intellettuali. Mazzini dedicò molte delle sue forze al giornalismo arrivando ad animare con le sue collaborazioni 21 testate diverse. In quello stesso periodo, un’altra testata che svolse un ruolo importante fu «Il Politecnico», pubblicata da Carlo Cattaneo tra il 1839 e il 1844.

    A questo punto, possiamo formulare un secondo paradigma, antitetico al primo: nei regimi liberali è tutelata la libertà di stampa; i giornali sono espressione di molteplici interessi ed orientamenti; i giornalisti operano in condizioni di relativa autonomia.

    In questo quadro, il giornalismo risorgimentale ci appare, per usare un termine a noi contemporaneo, come un giornalismo militante. Un ruolo determinante nel determinare la linea politica generale e la sua articolazione concreta in relazioni agli avvenimenti contingenti, era svolto in modo diretto da uomini politici di rilievo o da intellettuali di prestigio quali: Cavour, Mazzini, Mamiani, Minghetti, Lanza, Ricasoli, Lambruschini, Cattaneo, Silvio e Bertrando Spaventa, Francesco Crispi, Francesco Ferrara, Ruggiero Bonghi e tanti altri.

    Il panorama cambiò però nel 1848 e le Carte costituzionali promulgate nel corso dell’anno registrarono sostanziali aperture liberali, con soluzioni diverse che rimandavano alle differenti condizioni storiche che le modellavano. Decisivo fu altresì il contesto politico in cui tali Carte costituzionali andarono ad inserirsi.

    Il compimento dell’unità nazionale, analogamente a quanto avvenne per lo Statuto, portò all’estensione a tutta la penisola dei principi ispiratori dell’Editto sulla stampa promulgato da Carlo Alberto il 26 marzo 1848. Il preambolo, subito dopo aver sottolineato che la libertà di stampa era una garanzia in ogni governo rappresentativo ben ordinato, affermava la necessità della correzione degli eccessi “quando degenerano in licenza”.

    Nonostante i suoi limiti e le sue ambiguità (ruolo dell’autorità pubblica in materia di sequestro e sospensione delle pubblicazioni, diritto di tutti a pubblicare un giornale, etc.), l’Editto sanciva la libertà di stampa e il diritto a pubblicare periodici e giornali senza bisogno di essere autorizzati (abusi e illeciti sarebbero stati puniti mediante l’applicazione di specifici provvedimenti contemplati dalla legge stessa). Emerge soprattutto che ad essere punita era l’offesa o l’istigazione a commettere reato contro la religione, la persona del re, o la sua famiglia, nonché contro i capi delle potenze estere o del personale diplomatico. In ogni modo, però veniva riconosciuta ad ogni cittadino la facoltà di espressione e veniva sancita l’abolizione della censura preventiva.

    Dalle colonne del «Risorgimento» Cavour e i suoi compagni di strada si erano fatti paladini di questo diritto inalienabile guardando ai modelli delle borghesie nazionali europee ottocentesche: la libera concorrenza degli individui nella diffusione delle idee, avrebbe favorito l’armonico e ordinato progresso della collettività. L’editto, nota giustamente Griffo, costituisce una cornice normativa che consente nel corso del tempo un consolidamento della libertà di manifestare per iscritto le proprie opinioni.

    La validità del secondo paradigma è asseverata proprio dalla continuità del regime liberale nei confronti della libertà di stampa, indipendentemente dal corso politico. Il governo della Destra storica, infatti, mantiene in vigore il regime albertino sulla libertà di stampa, nonostante le numerose pressioni subite al fine di varare un nuovo ordinamento giuridico che desse alle autorità più ampi poteri in materia di controllo. Tra il 1869 e il 1871 in coincidenza con i tumulti della Comune parigina l’esercizio della libertà di stampa subì continui provvedimenti polizieschi e intralci amministrativi. Al riguardo, così si esprimeva «La Sentinella delle Alpi» il 29 agosto 1869:

    “è un fatto incontrovertibile che una parola d’ordine minacciosa è partita da Firenze e che tale parola d’ordine traccia all’autorità giudiziaria un programma a danno della stampa nazionale, che forte della propria coscienza combatte coraggiosamente errori e abusi del potere esecutivo”.

    Ciò nonostante, al di là delle critiche che si potevano muovere all’Editto, né la Destra né la Sinistra pensarono mai di metterlo in discussione. I conservatori, infatti, non sarebbero mai riusciti ad imporre una modifica in senso restrittivo di una libertà che ormai era entrata a pieno titolo nel patrimonio ideale del nuovo Stato unitario.

    In questo lungo periodo l’unica seria minaccia alla libertà di stampa si ebbe durante la famosa crisi di fine secolo, quando cioè, dopo la repentina conclusione dell’esperienza crispina, per cercare un palliativo al montare della questione sociale si pensò di rimettere in discussioni gli equilibri costituzionali precedenti.

    Nel 1898 Di Rudinì presentò, tra le altre proposte, un disegno di legge per limitare drasticamente la libertà di stampa e l’anno dopo il progetto fu ripresentato dal nuovo governo Pelloux in una versione molto inasprita. Erano previste pene molto severe per i reati a mezzo stampa, con l’aggiunta del reato di turbamento dell’opinione pubblica per aver pubblicato notizie tendenziose. L’autorità giudiziaria aveva il potere di sospendere per tre mesi qualunque giornale o periodico, e si profilava, oltre alla responsabilità dell’autore, anche la responsabilità penale del tipografo. E tuttavia queste misure non giunsero mai fino all’approvazione, a causa non solo delle opposizioni ma anche degli esponenti del liberalismo costituzionale, come Zanardelli e Giolitti.

    La sostanziale continuità di indirizzi al riguardo perdura in epoca giolittiana, nella quale anzi il diverso clima politico che si era instaurato permise un’interpretazione più ampia del dettato statutario. L’iniziativa parlamentare in questo senso trovò compimento nel 1906 quando, grazie a un lungo percorso iniziato nel 1901, venne abolito il più odioso degli strumenti repressivi consentiti dall’editto albertino: il sequestro preventivo. Questa situazione era destinata a mutare bruscamente di lì a poco, per cause di forza maggiore, quando cioè lo scoppio della prima guerra mondiale mise in discussione tutte quelle certezze su cui si erigeva il nuovo Stato nato dal Risorgimento.

    Il ruolo e la diffusione dei giornali seguì di pari passo la vicenda nazionale italiana, ne fu allo stesso tempo specchio e strumento. Nei primi decenni dell’Unità la diffusione dei giornali rimase molto frammentaria, e vari fattori contribuirono a determinare una sperequazione tra stampa e opinione pubblica: l’alto tasso di analfabetismo, la scarsa partecipazione e addirittura in alcuni casi l’assoluta esclusione dalla vita pubblica, la limitazione di alcuni diritti politici fondamentali, le scarse possibilità di ascesa e mobilità sociale. In questo periodo la tiratura dei vari fogli (ad eccezione per i periodici culturali e di divulgazione) non superò il mezzo milione di copie su una popolazione di 26 milioni di abitanti. Il giornalismo liberale era un fenomeno circoscritto a qualche grande città del Nord, e non costituiva la voce più importante nel consumo nazionale. La stampa nazionale rimase fino agli anni Ottanta ristretta a gruppi politici emersi in Piemonte durante il decennio cavouriano. In generale la struttura dell’impresa giornalistica rimase di tipo artigianale, se non familiare.

    Caratteristiche quali la ristrettezza del mercato editoriale, la difficoltà di comunicazione e gli ingenti costi di distribuzione, nonché il retaggio delle antiche divisioni politiche ed i contrasti in seno alla classe dirigente, configurarono in modo fortemente regionalistico o municipalistico il giornalismo post unitario. In questo nuovo clima nacquero nuovi giornali e videro la luce i quotidiani ancora oggi più importanti. Il problema era sempre quella della frammentazione e della debolezza nonché della mancata diffusione a livello nazionale di testate quotidiane, mentre le tirature rimanevano più basse rispetto alla media europea.

    Va sottolineato che la stampa italiana postunitaria fu strettamente legata alla politica e da essa dipendente, anche finanziariamente. Molti quotidiani erano legati a uomini politici che li utilizzavano come organi di stampa personali, e inoltre lo stesso governo non mancò di finanziare le testate per cosi dire amiche. Anche dopo l’Unità nella maggior parte dei casi i giornali continuarono a proporsi come associati a determinate correnti politiche. Nel trentennio successivo all’Unità i giornali divennero i vettori di nuove idee, informazioni e modelli culturali, fungendo da canali di secolarizzazione e trasformazione dei costumi. Come per il caso tedesco, gli organi d’informazione si rivelarono importantissimi per la creazione di un’identità nazionale unitaria.

    Negli ultimi decenni dell’Ottocento, la diffusione dei giornali andò migliorando in tutta Italia. Nel 1877 fu introdotta l’istruzione elementare obbligatoria, e a partire dagli anni Novanta si registrò il cosiddetto decollo economico che portò allo sviluppo industriale di buona parte del Nord. Nonostante la frammentarietà territoriale dello sviluppo, il Paese imboccò la strada della modernizzazione. Anche il giornalismo italiano beneficiò di questa nuova fase, l’influsso dei modelli risorgimentali si attenuò e si radicarono nuove testate giornalistiche che guardavano ai migliori modelli stranieri. A segnare questo periodo fu la nascita del «Corriere della Sera», fondato nel 1876 da Eugenio Torelli Viollier, che si schierò a fianco della Destra storica, ma poco tempo si allineò alla Sinistra, nel frattempo insediatasi al governo. Segno, questo, che al collateralismo politico si era preferito un approccio istituzionale, che sarebbe durato anche in seguito. Si era instaurato un nuovo corso nel giornalismo italiano. Dalla fine dell’Ottocento la professionalità dei giornalisti crebbe sempre più. Le redazioni cominciarono ad ingrandirsi e ad articolarsi in diversi settori, il linguaggio divenne più moderno. L’avvio di una professionalizzazione del giornalismo italiano si tradusse nell’associazionismo di categoria, tanto che nel 1880 nacque la prima Associazione della stampa periodica.

    Con la fine del primo conflitto mondiale, la condizione della stampa tornò alla normalità; ma la grave crisi che attraversa le istituzioni liberali continuò, anzi si aggravò con il passar del tempo. I tentativi di ricreare uno stabile equilibrio nelle istituzioni e di riportare ordine in un Paese devastato dalla violenza fallirono. Il collasso dello Stato liberale aprì la strada al fascismo che finì per imporsi.

    A conferma della validità dei due paradigmi precedentemente enucleati, la crisi dello Stato liberale compromette l’equilibrio dei poteri e conduce allo Stato totalitario, che non può certo tollerare la libertà di stampa. Nel luglio del 1923 venne presentato un decreto che conferiva ai prefetti, diretta emanazione del governo (e non più alla magistratura come nel progetto Pelloux), un amplissimo potere discrezionale. Essi avrebbero potuto, qualora fossero state pubblicate notizie tali da indurre allarme nella popolazione o turbativa dell’ordine pubblico, diffidare il gerente e farlo poi decadere. Rimasto sospeso per circa un anno, il decreto venne reso operativo, inasprendone semmai il dettato repressivo, nel luglio del 1924, a un mese dal delitto Matteotti.

    Nel corso del 1925, superata la fase critica successiva all’uccisione del deputato socialista, il fascismo si affermò definitivamente accentuando gli aspetti autoritari. La nuova legge sulla stampa fu approvata alla fine di quell’anno. Due le misure cardine del provvedimento, che si aggiunse, senza mutarlo, al decreto precedente. Nell’art. 1 al gerente si sostituiva la figura del direttore responsabile, che doveva avere il gradimento del governo, mentre con l’art. 7 fu istituito l’Ordine dei giornalisti, legando l’esercizio dell’attività all’iscrizione all’albo. L’anno successivo, con il varo delle cosiddette “leggi fascistissime”, il governo poteva dirigere l’intera vita giornalistica. L’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio prima e poi il Ministero della cultura popolare imbeccavano letteralmente ai giornali le notizie da pubblicare, orchestrando le campagne politiche che il governo promuoveva a getto continuo come un improprio succedaneo della libera opinione.

    La caduta del fascismo nel luglio 1943 consentì una immediata ripresa della dialettica politica, ma non una piena ripresa della libertà di stampa, perché la drammatica evoluzione del conflitto ancora non lo consentiva. Soltanto a partire dal gennaio 1946, la situazione andò normalizzandosi. Poco prima della convocazione dell’Assemblea costituente il potere di sequestro dei giornali venne rimesso alla magistratura.

    A suggello di questa stagione di ripresa democratica, sta la formulazione della costituzione repubblicana, dove abbiamo, all’art. 21, un riconoscimento pieno della libertà di espressione. Già la dizione scelta, per cui titolari del diritto siano «tutti» e non «i cittadini italiani» (come si evince dalla discussione in aula) fa capire che alla libertà di stampa si vuole attribuire un valore assoluto, dunque esercitabile, all’interno del territorio della repubblica, anche da cittadini stranieri. La possibilità di sequestri non solo viene limitata a casi eccezionali, ma è affidata esplicitamente all’autorità giudiziaria, ripristinando una piena divisione dei poteri. Anche la registrazione, che resta obbligatoria, non è intesa come un’autorizzazione bensì come una semplice formalità per garantire la pubblicità della pubblicazione (Maurizio Griffo, Libertà di Stampa, in Dizionario del Liberalismo Italiano, tomo I, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010). Da questo angolo di visuale, possiamo ritenere che lo Stato liberale consegue il suo fine ultimo, assicurare il maggior tasso di libertà per tutti, proprio nella sua transizione allo Stato democratico di massa.

    Vorrei aggiungere infine alcune considerazioni di ordine specifico.

    Innanzitutto, se si sovrappone il quadro tracciato dal secondo tomo del Dizionario del Liberalismo italiano a quello sardo dell’epoca, mirabilmente delineato da Laura Pisano nei due volumi su Stampa e Società in Sardegna, chiaramente emerge la quasi assenza per il periodo trattato della elite sarda dell’epoca, eccezione fatta per Giovanni Siotto Pintor e Francesco Cocco Ortu. La scelta è spiegata nell’introduzione del volume, dove si precisa che “si è rilevato fuori dalla nostra portata comprendere nel Dizionario tutte le maggiori figure dei patrioti, uomini e donne che fecero il Risorgimento e sul piano culturale tutti quelli che possono essere considerati suoi precursori, ministri, sottosegretari, deputati che a vario titolo hanno concorso a fare dell’Italia una nazione”, che saranno recuperati – nella previsione dei curatori – nella sua versione on line.

    Dal diario di Giorgio Asproni, per le ragioni sopra dette escluso dalla lista di 404 nomi, si evince che l’ultimo pensiero di Cavour sul letto di morte fu la Sardegna. Quella Sardegna “appendice incerta dell’Italia” in cui accanto a Siotto Pintor e Cocco Ortu si muovevano numerosissimi personaggi – ne cito solo alcuni ma l’elenco potrebbe essere lunghissimo – quali Giovanni Battista Tuveri, Vincenzo Brusco Onnis, Giovanni Antonio Sanna, che accanto a figure quali Mazzini, Cattaneo e Garibaldi (anche egli fuori lista e “liberale” quanto Mazzini), diedero un contributo fondamentale all’individuazione dei problemi fondanti della “Questione sarda”, battendosi perché fossero posti al centro dell’agenda politica dei governi, prima del regno di Sardegna e poi di quello italiano, ed in questo proprio il lavoro di Laura Pisano risulta illuminante.

    Da ultimo, alcune osservazioni conclusive sull’importanza delle fonti giornalistiche per lo storico. Condivido la tesi di Bruno Crainz, recentemente sostenuta in sede di presentazione del Fondo Filippo Ceccarelli, donato alla Biblioteca della Camera, che la differenza fra storico e giornalista si fa sempre più labile man mano che ci si avvicina alla storia contemporanea.

    L’importanza dei giornali per lo storico è prismatica. Non si tratta solo della parola scritta, è rilevante anche l’apparato iconografico, le immagini, le vignette satiriche. Tutto contribuisce a ricostruire la realtà sociale e culturale in un dato momento storico, a segnare in modo indelebile la coscienza del lettore, perfino a orientarla. Pensiamo, nel nostro tempo, all’impatto sull’immaginario collettivo delle tavole di Achille Beltrame o di Ettore Ximenes sull’«Illustrazione italiana», che annoverava Torelli Viollier tra i redattori; o a quelle di Walter Molino sulla «Domenica del Corriere», o infine alle tavole su «La Tribuna illustrata», a cui prestò il suo estro la dinastia dei Cascella, il padre Basilio e i figli Tommaso e Michele. Ricordo una vignetta su «Il Fischietto» del 1852, che ho utilizzato in una mostra su Cavour ai duecento anni dalla nascita, nella quale lo statista pensoso osserva il passaggio di una tartaruga con il suo carapace e di una lumaca con il suo guscio, entrambe di notevoli proporzioni, e si chiede se la istituenda tassa sugli immobili l’avrebbero pagata solo le abitazioni fisse o anche quelle mobili. Molto tempo prima di Forattini e dell’IMU. E pensiamo anche all’affresco sociale degli anni della ricostruzione, del miracolo industriale – e al connesso ruolo di formazione delle coscienze – svolto da giornali o settimanali come «L’Europeo» o «L’Espresso»», come «il Mondo» di Pannunzio o «Il Giorno».

    I giornali sono, a tutti gli effetti, fonti insostituibili per gli storici. E lo sono anche in relazione agli archivi pubblici, dall’Archivio di Stato agli archivi dei partiti, sottoposti spesso a regole interne di sintesi, che generalmente rivela intenti censori o di indirizzo. Ma è un ruolo che va considerato in modo integrato con le altre forme di comunicazione, che progressivamente prendono piede, affiancando la letteratura e le arti figurative, da Fogazzaro al Terzo Stato di Fattori. La pluralità delle fonti rende gli archivi tradizionali meno esclusivi, meno “parlanti”, e per converso il giornalismo, che ha una intrinseca policromia espressiva, sempre più importante.

    Il carattere esclusivo della lettura, l’antesignano storico del digital divide in un’Italia di rara alfabetizzazione fino al dopoguerra, diventa progressivamente recessivo di fronte ai nuovi programmi scolastici repubblicani e all’impatto pervasivo e unificante della televisione nazional-popolare, da Non è mai troppo tardi condotto dal maestro Alberto Manzi fino agli sceneggiati storici di registi importanti, I promessi sposi o Il Mulino del Po. L’avvento della rete modifica oggi radicalmente la comunicazione politica invertendo il rapporto tra la fonte e lo spettatore – oggi gli incontri politici, un tempo riservati, si fanno in streaming – e modificano il ruolo dell’intermediazione giornalistica, fino a renderla evanescente. Ieri c’era Tribuna politica, che si guardava seduti sul tinello di casa, oggi è tutto sulla rete, in gran parte auto gestito, e l’accesso è individuale e mobile.

    Questa profonda modificazione del ruolo del giornalismo e del giornalista ci deve indurre a pensare che il modello sia superato, per quanto riguarda la capacità di analisi e interpretazione della realtà storica? La crisi dei giornali potrebbe indurre a pensare che la risposta sia affermativa. Ma le cose non stanno così. Cambiano le forme, gli strumenti, persino i percorsi, ma l’informazione oggi ha più possibilità di accesso di quante ne ha avute in passato. Certo, la velocità della trasformazione è così accelerata che dobbiamo ancora attrezzarci in tema di verifica delle fonti, di responsabilità dei giornalisti, di autonomia dell’informazione dai nuovi centri di potere economico e finanziario. E tuttavia, a ben vedere, sono gli stessi problemi di sempre, sia pure in nuove forme.

    Il giornalismo resta una fonte primaria per lo storico, sia come analisi dei fatti storici sia come affresco del vissuto, come indicatore dell’impatto del fatto storico sul vissuto della gente. Per questo, oggi, l’accesso ad una inedita pluralità di fonti rende spesso le fonti archivistiche meno esclusive e “parlanti”, e di conseguenza si affievolisce la differenza tra lo storico e il giornalista. L’uno e l’altro cercano risposte alle domande della Storia, che sono, in ultima analisi, le domande di tutti.

     

     

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