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Ernesto Rossi

220px-ernesto_rossiRossi Ernesto (Caserta, 1897 – Roma, 1967)

Simonetta Michelotti

docente e studioso di materie economiche, fu antifascista e nel secondo dopoguerra pubblicista e saggista. Il padre Antonio era ufficiale dell’esercito e la madre Elide proveniva da una famiglia benestante di Bergamo, proprietaria di alcuni alberghi nella zona termale di San Pellegrino. Si laureò in giurisprudenza a Siena usufruendo di un’abbreviazione di corso per i reduci della prima guerra mondiale alla quale aveva partecipato come volontario rimanendo gravemente ferito sul Monte Cucco. Era stato lo spirito dell’interventismo democratico a spingerlo ad arruolarsi volontario, sostenendo la causa della libertà in favore delle nazionalità oppresse. Da aspirante ufficiale di complemento leggeva I doveri dell’uomo di Giuseppe Mazzini ai propri soldati, dimostrando loro come l’interventismo democratico intendesse perseguire la libertà e la giustizia, due termini che ritornano costanti negli scritti e nelle azioni di R.. La fondamentale esigenza di libertà fu avvertita dal giovane R. fin dai turbolenti rapporti con il padre (che finì per abbandonare la moglie e i sette figli) e si pose poi alla base del suo impegno civile. Nel 1918 conobbe Gaetano Salvemini che divenne suo maestro, insieme a Vilfredo Pareto (prima dell’involuzione autoritaria dell’intellettuale italo-francese), ad Antonio De Viti de Marco e Luigi Einaudi. Salvemini divenne una figura quasi paterna colmando il vuoto emotivo lasciato dal mancato rapporto con il padre Antonio, così che il molfettano non segnò solamente la sua crescita intellettuale ma anche quella personale. R. riconobbe a Salvemini il merito di averlo riportato sulla strada liberale dopo essere scivolato in tentazioni nazionaliste, finanche proto-fasciste. Infatti, al ritorno dal fronte, assunse posizioni di forte ostilità sia nei confronti dei socialisti sia della classe dirigente dello Stato liberale pre-bellico. Nella primavera del 1919 iniziò a collaborare a «Il Popolo d’Italia» fondato da Mussolini, che lasciò all’indomani della marcia su Roma. Da quel momento il percorso di R. fu lineare mirando costantemente a coniugare libertà individuale e giustizia sociale. Per “libertà” egli intendeva l’affermazione della dignità umana, ovvero che l’uomo ritrovava in sé la sua legge morale e lo Stato si poneva in funzione dello sviluppo della personalità dell’individuo. Mutuò questa posizione da Benjamin Costant che studiò durante gli anni trascorsi in carcere per l’opposizione al fascismo. Per “giustizia sociale”, invece, R. intendeva la possibilità per ogni cittadino di essere posto sulla stessa linea di partenza in qualsiasi esperienza o attività senza che alcuno, individuo o gruppo di individui, potesse avere vantaggi su altri. Dopo di ché sarebbe stato l’ésprit del singolo a fare la differenza. Tuttavia R. ripudiava il socialismo perché riteneva annacquasse il valore dell’individuo all’interno della massa. Si oppose al fascismo perché negava le libertà più elementari ma sostenne che sarebbe finito in carcere anche con un regime socialista. Fu arrestato a Bergamo il 30 ottobre 1930 a seguito della delazione di Carlo Del Re che scompaginò il gruppo antifascista di “Giustizia e libertà”. R. era giunto nella città lombarda dopo l’esperienza fiorentina del foglio clandestino «Non mollare» e un periodo di esilio in Francia. L’antifascismo di R. condannava non solo la soppressione delle libertà fondamentali, tra cui quella di stampa («la libertà non ce la danno, ce la prendiamo da soli», era il sottotitolo del «Non mollare»), ma era anche opposizione morale al corrotto e clientelare regime fascista che si avvaleva di delatori (quali il Del Re) per combattere gli avversari politici. Se l’individuo ritrovava in sé la propria legge morale, era necessario che questi avesse un’alta etica altrimenti gli uomini si sarebbero divorati «l’un l’altro come scorpioni». Come nel caso dei delatori. Dopo l’arresto R. scontò nove anni di carcere, in gran parte carcere duro, fino al novembre 1941, e quattro anni di confino a Ventotene, fino al luglio 1943. Sull’isola pontina fu co-estensore del documento Per un’Europa libera e unita: progetto di un manifesto, conosciuto come Manifesto di Ventotene, insieme a E. Colorni e A. Spinelli. Anche il suo europeismo fu impregnato di liberalismo, a iniziare dall’esordio del documento in cui si leggeva che l’individuo era un «autonomo centro di vita». A ciò corrispondeva l’integrazione politica dei paesi europei per proteggere la democrazia liberale dai rigurgiti reazionari. Liberato alla caduta del fascismo, R. si rifugiò in Svizzera e aderì al Partito d’Azione. Alla ripresa delle attività politiche fu sottosegretario alla ricostruzione (con ministro Meuccio Ruini) nel primo governo dopo il conflitto guidato da Ferruccio Parri (giugno–dicembre 1945). Fu anche nominato presidente dell’Arar, ente pubblico economico per il rilievo e l’alienazione dei residuati bellici e ne rimase alla guida fino alla liquidazione (1956). Nel dicembre 1955 fu tra i co-fondatori del Partito radicale, nato dall’ala sinistra del Partito liberale, insieme a Leo Valiani e Mario Pannunzio. Con quest’ultimo dette vita a un lungo sodalizio intellettuale che si concretizzò nella collaborazione di R. al settimanale «Il Mondo» (1949-1962) e all’organizzazione dei congressi degli «Amici del Mondo» (1955-1962), momenti di dibattito propositivo sui principali temi economici e politici di quegli anni. L’attività pubblicistica e saggistica fu precipua nel R. del secondo dopoguerra. Oltre a «Il Mondo» collaborò ai principali quotidiani nazionali e nel 1963 contribuì alla fondazione del settimanale «L’astrolabio». La peculiarità di R. fu di aver presentato la libertà di stampa e di opinione come esercizio del controllo dell’opinione pubblica sull’operato dei politici e dei gruppi di potere. Per questo motivo era importante che non vi fossero commistioni tra stampa e gruppi industriali a favore dell’editore puro quale era «Il Mondo». Il controllo esercitato dall’opinione pubblica era indice di democraticità quanto il controllo del parlamento sull’esecutivo. Anzi, per R. era anche più rilevante perché espressione della libertà dell’individuo. Il rovescio della medaglia era che per esercitare questo controllo era necessaria un’adeguata educazione civica dei cittadini a cui R. contribuì rendendo i suoi scritti accessibili ai più e scrivendo senza eccessivi tecnicismi. Affinché fosse effettivamente possibile esercitare questo controllo era necessario che le attività dello Stato e dei suoi enti fossero improntate alla trasparenza. R. si batté per l’emanazione di leggi in questo senso. La trasparenza si poneva a corollario della libertà di critica da parte dell’individuo ed era direttamente proporzionale al peso specifico dell’attività statale. Mai eletto in parlamento, R. espresse il suo liberalismo, talvolta anomalo, attraverso i propri scritti. Ebbe il merito di dare un contributo importante al giornalismo d’inchiesta. Avvertì l’esigenza di difendere la Repubblica dai retaggi del passato regime e dai nuovi centri di potere che andavano formandosi (o riformandosi), tra i quali additò la grande industria e il Vaticano le cui influenze erano sia politiche sia economiche. A ciascuno di questi centri di potere dedicò una pubblicazione (rispettivamente I padroni del vapore nel 1955 e Il manganello e l’aspersorio nel 1958) per evidenziare i collegamenti che entrambi ebbero con il fascismo e nel caso del Vaticano con Hitler, Mussolini e Franco. R. non denunciò soltanto, propose anche nuovi modelli, in particolare in relazione al ruolo dello Stato in economia. Qui si pone l’anomalia del liberalismo rossiano, soprattutto in economia. Allo Stato chiedeva di riconoscere e tutelare le libertà fondamentali dell’individuo, e a questi dal canto suo era chiesto di avere una coscienza morale che escludesse l’abuso della libertà concesse. R. dimostrò come lo Stato potesse tutelare l’individuo-imprenditore durante la presidenza dell’Arar, facendo della trasparenza delle sue scelte e della libertà di accesso alle vendite di tutti gli operatori una prerogativa imprescindibile. Era l’applicazione del principio della centralità dell’individuo, per garantire a ciascuno le stesse condizioni di partenza e per difendere il cittadino dalle prevaricazioni dei gruppi di interesse. In una parola per perseguire la libertà nella giustizia. Egli proponeva che lo Stato moderno si erigesse a garante di ciò, ritenendo che l’eccesso di libertà fosse pericoloso quanto la sua mancanza. Per coniugare libertà e giustizia era necessario che lo Stato integrasse o si sostituisse all’etica dell’individuo per «incanalare le forze scaturenti dall’impulso individuale entro argini giuridici capaci di convogliarle verso obiettivi che la maggioranza ritiene di interesse collettivo», come si legge negli appunti di R. per una conferenza che tenne il 23 dicembre 1953. Aveva mutuato questa impostazione del pastore britannico P.H. Wicksteed di cui in carcere aveva letto, su suggerimento di Einaudi, The Common Sense of Political Economy (1910). Ancora più “anomala” nel liberale R. può apparire la campagna a favore della nazionalizzazione dell’industria elettrica che invece si colloca proprio in questo contesto. Lo Stato era chiamato a garantire l’equanime fornitura di beni e servizi fondamentali. Era il principio di far partire tutti gli individui dalla stessa linea di partenza, sia che fossero privati cittadini o imprese, senza differenze di localizzazione geografica. Era il concetto democratico (ma nel senso liberale del termine) dell’uguaglianza a cui tendeva R. come rovescio della medaglia della libertà e come viatico alla giustizia sociale. Era la riduzione dei “feudi” economici della grande industria e operatori economici la cui crescita metteva a repentaglio la democrazia per i rischi dei condizionamenti politici da parte dei grandi trusts. Quando lo Stato diveniva imprenditore, la sua attività doveva essere improntata a criteri di economicità e non di assistenzialismo, né tanto meno mossa dagli interessi dei grandi gruppi. Per questo motivo non plaudì ai modi con cui fu nazionalizzata l’industria elettrica (1962): secondo R., lo Stato non aveva seguito criteri di mercato favorendo di contro proprio quei gruppi di potere da cui avrebbe dovuto difendere l’individuo, concedendo indennizzi superiori ai valori reali. Altra entità dalla quale R. intendeva difendere la democrazia liberale era il Vaticano. Lo Stato doveva essere laico anche se R. poneva la libertà di professare la propria religione tra le libertà fondamentali dell’individuo. La fede però doveva rimanere un fatto privato e per questo motivo criticò aspramente l’art. 7 della Costituzione che recepiva il Concordato tra Mussolini e Pio XII nel 1929, uno dei retaggi del passato regime da cui difendere la Repubblica. R. non era un mangiapreti ma si opponeva al Vaticano come centro del potere secolare. La sua campagna per lo Stato laico lo espose a una perquisizione nell’ottobre 1959 a seguito di un discorso tenuto a Firenze per la celebrazione del 20 settembre. Anche in questo caso non si trattava di un’opposizione ideologica alla Chiesa ma dell’accusa di ingerenza nella vita politica italiana in senso reazionario attraverso la Dc. In molti suoi scritti, primo fra tutti il Sillabo (1957), ripercorse le vicende storiche che avevano visto i vari papi interpreti di politiche reazionarie, fino al documento con cui Pio IX aveva condannato nel 1864 il liberalismo e l’indifferentismo come «errori del secolo». Per promuovere la sua battaglia culturale a favore di uno Stato laico curò la collana editoriale «Stato e Chiesa» per la casa editrice Parenti di Firenze. Il suo scopo era di presentare all’opinione pubblica fatti storici (la posizione della Chiesa di condanna del Risorgimento e di supporto al fascismo) e coevi (la vicenda del vescovo di Prato che scomunicò due giovani sposatisi solo con rito civile) in modo diverso rispetto alle pubblicazioni ufficiali che riteneva contaminate dal clima neo-clericale della fine degli anni Cinquanta. L’impegno per lo Stato laico caratterizzò l’attività culturale di R. negli ultimi dieci anni della sua vita nonostante il Concilio Vaticano II e il centro-sinistra. Suo obiettivo rimaneva l’abolizione del Concordato che considerava un’antinomia giuridica nella Costituzione repubblicana laddove l’art. 7 recitava che «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». R. scomparve due giorni prima di portare il messaggio inaugurale a una manifestazione del Partito radicale a Roma organizzata da Marco Pannella e Mario Boneschi per l’abolizione del concordato. Il progetto liberal-democratico di R. nel secondo dopoguerra era fondato sulla libertà di stampa, di associazione e rappresentanza per bilanciare e controllare l’attività del potere esecutivo anche al di fuori del parlamento. Come riconobbe lui stesso, le esperienze del carcere e del confino lo avevano portato verso il socialismo pur conservando opinioni liberali. Il concetto di libertà in R. era inscindibile da quello di giustizia, intesa come giustizia sociale. Il nome-slogan del gruppo dell’antifascismo liberal-democratico, “Giustizia e libertà”, nel quale R. aveva militato, rimase sempre anche il suo progetto politico-economico.

Fonti e bibliografia

Einaudi L., Rossi E., Carteggio (1925-1961), a cura di G. Busino e S. Martinotti Dorigo,  Torino 1988; Rossi E. , «Nove anni sono molti». Lettere dal carcere 1930-1939, a cura di M. Franzinelli, Torino 2001; Id. , Salvemini G., Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957, a cura di M. Franzinelli, Torino 2004;  Rossi E., Epistolario, 1943-1967: dal Partito d’Azione al centro-sinistra, a cura di M. Franzinelli, Roma-Bari 2006.

Armani G., La forza di «Non mollare»: Ernesto Rossi dalla grande guerra a ‘Giustizia e libertà’, Milano 2004; Braga A, Un federalista giacobino. Ernesto Rossi pioniere degli Stati Uniti d’Europa, Bologna 2007; Braga A., Franzinelli M., (a cura di), Ernesto Rossi una vita per la libertà (1897-1967). Bio-bibliografia, Novara, 2007; Braga A., Michelotti S. (a cura di), Ernesto Rossi un democratico europeo, Soveria Mannelli 2009; Fiori G., Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi, Torino 1997; Michelotti S., Ernesto Rossi. Pianificare la libertà: il dirigismo liberale da Ventotene agli esordi della Repubblica (1939-1954), Ventotene 2011; Michelotti S., «Stato e Chiesa». Ernesto Rossi contro il clericalismo. Una battaglia per la democrazia, Soveria Mannelli 2006.

Fondo Ernesto Rossi, Archivi storici dell’Unione europea, Istituto Universitario Europeo, Firenze 2002; Rossi E., Spinelli A., Il Manifesto di Ventotene, prefazione di E. Colorni, edizione anastatica a cura di S. Pistone, Torino 2004.220px-ernesto_rossi

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