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Francesco De Sanctis, M.G. Riccobono

De Sanctis Francesco (Morra Irpina, 1817 – Napoli, 1883)

Maria Gabriella Riccobono

Francesco De Sanctis, critico e storico della letteratura insigne, nacque il 28 marzo 1817 a Morra Irpina, oggi Morra De Sanctis (AV), da Alessandro, avvocato, e da Maria Agnese Manzi. La sua famiglia d’origine apparteneva al ceto dei “galantuomini”: medici, avvocati, notai e soprattutto, come i De Sanctis, piccoli proprietari terrieri. Gli zii paterni Carlo Maria e Giuseppe erano preti, lo zio Pietro medico. I due ultimi avevano aderito alla carboneria e partecipato ai moti costituzionali del 1820-21, vivendo poi per dieci anni in esilio a Roma. Carlo ebbe invece vita agiata grazie alla buona reputazione di una scuola di lettere (un ginnasio privato) da lui avviata a Napoli nel 1813.

Nel 1826 D. S. fu mandato a Napoli per compiervi gli studi presso don Carlo, di cui fu anche ospite. I corsi nella scuola dello zio duravano cinque anni e si basavano, come D. S. ricorderà nella Giovinezza, sullo studio della «Grammatica, Rettorica, Poetica, Storia, Cronologia, Mitologia, Antichità greche e romane», sull’apprendimento mnemonico di innumerevoli brani, sulla lettura e sul commento di testi latini. Nel 1831, concluso questo primo ciclo di studi letterari, D. S. fu iscritto a Napoli alla scuola dell’abate Lorenzo Fazzini, matematico e fisico, seguace del movimento sensistico-cattolico. Ivi D. S. compì studi filosofici; lesse Genovesi, «Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, Lamettrie», mentre Rousseau, Voltaire, Diderot venivano da Fazzini sconsigliati e tralasciati. Conclusi in soli due anni gli studi liceali, D. S. cominciò a studiare legge presso il vecchio abate Garzia; insoddisfatto, dal 1833 frequentò la “scuola di lingua italiana” del purista Basilio Puoti, diventandone l’allievo più stimato.

Entro i diciotto anni, nel contesto di una formazione assai eclettica, D. S. lesse i trecentisti, Tasso, Metastasio, Parini, Alfieri, Verri, Monti, Foscolo, Manzoni, Berchet, Leopardi, Fénelon, Voltaire, Young, Scott. Nel corso dei due o tre anni successivi lesse Shakespeare, Richardson, Milton, Klopstock, Chateaubriand, Lamartine e Hugo. La scuola privata del marchese Puoti era la migliore di Napoli. Puoti era un illuminato; il suo purismo non era retrivo come quello di Cesari e pareva anzi allora un metodo educativo e una concezione della lingua e delle belle lettere di carattere progressista. D. S. si allontanò però abbastanza presto dalle idee del maestro, sostituendo al concetto di purismo quello di proprietà linguistica. Nel 1834, pur continuando a frequentare la scuola di Puoti, cominciò a insegnare nella scuola dello zio Carlo. Poco dopo questi si ammalò gravemente e D. S. dovette abbandonare gli studi giuridici per assumersi tutto il peso della scuola. Economicamente sprovvisto, impartiva molte lezioni private, procurategli per lo più da Puoti.

Sempre per interessamento di Puoti, D. S., nel 1839, fu nominato insegnante di italiano presso la scuola militare di San Giovanni a Carbonara (sottufficiali), che lasciò per insegnare nel prestigioso collegio militare della Nunziatella. Insegnava già nella scuola dello stesso Puoti, in una nuova sede di via Costantinopoli, ma presto, data la grande affluenza di giovani, si trasferì in una sala al Vico Bisi. Questo magistero, ricordato sotto il nome di “prima scuola napoletana” di D. S., durò fino al 1848 (con una brevissima ripresa nel 1849). D. S. applicò il principio della proprietà linguistica, altro rispetto al purismo di Puoti: lo stile era “la cosa in una particolare situazione” (dunque non “la cosa in sé”). Nei primi due anni si occupò di grammatica, intesa come «grammatica logica della lingua italiana»; nel terzo anno di lingua, di stile, e di retorica; dal quarto all’ottavo anno dei generi letterari. Tentò di conciliare l’enciclopedismo francese e lo storicismo vichiano. I suoi ideali politico-morali si sostanziavano in una fervida adesione al programma cattolico-liberale di Gioberti: adesione ridimensionata poi dall’influenza dello spiritualismo eclettico di Cousin e dal percorso lungo il quale, attraverso F. Schlegel, Sismondi, Cousin e lo stesso Gioberti, D. S. si accostò al pensiero di Hegel, facendosi divulgatore presso i suoi allievi dell’Estetica (nella traduzione francese di Ch. Bénard) e della Filosofia della storia.

Nel 1848-49 prese parte a Napoli al tentativo risorgimentale. Il 18 febbraio lesse un discorso ai giovani in cui si avvertiva una cauta inflessione mazziniana. Alcuni mesi più tardi fu accolto nella setta dell’Unità italiana, presieduta da Luigi Settembrini, che gli parve però quasi subito ritrovo di fanatici. Il 15 maggio i suoi scolari più fedeli parteciparono alla insurrezione, nella quale morì il suo allievo prediletto, Luigi La Vista. Le esperienze del ’48 segnarono una sorta di spartiacque nella vita e nelle idee di D. S. Nominato nel maggio segretario del Consiglio superiore della pubblica istruzione, preparò quattro progetti di legge, due sul riordinamento dell’istruzione primaria e due sul riordinamento dell’istruzione secondaria. La sopraggiunta reazione borbonica impedì che i progetti fossero presentati alla Camera; si trattò in ogni modo di un precorrimento dell’impegno profuso da D. S. come ministro della Pubblica istruzione nei primi governi dell’Italia unita, in favore di una efficace modernizzazione della formazione e trasmissione del sapere.

Rifiutatosi, nell’ottobre del 1849, di sottoporsi a un esame di catechismo imposto a tutti i docenti, D. S., in compagnia del barone e patriota Francesco Guzolini, riparò in Calabria. Vi compose un dramma di stampo goethiano, Torquato Tasso (compiuto poi durante la prigionia). Mentre si preparava, nel 1850, a partire via Napoli alla volta di Torino, fu arrestato, tradotto a Napoli e imprigionato (senza alcun processo) fino al luglio 1853 a Castel dell’Ovo. La prigionia non affievolì la sua operosità. In carcere compose un carme in endecasillabi, La prigione, corredato di un interessante commento che documenta l’evoluzione della sua Weltanschauung, tra saint-simonismo mazziniano, storicismo vichiano e dialettica hegeliana; soprattutto, studiò la lingua tedesca e tradusse, sintetizzandola, la Logica di Hegel, i primi due volumi del Manuale di una storia generale della poesia di Rosenkranz, e brani di Schiller e di Goethe. Si compiva in D. S. un profondo rinnovamento interiore, che lo porterà a ripudiare il romanticismo neocattolico giovanile e ad aderire a una concezione laica e democratica, imperniata sulla struttura dialettica della realtà. Uscito di prigione ma espulso dal Regno di Napoli, D. S., dopo alcune circostanze avventurose, si recò esule prima a Torino (1853) e poi a Zurigo (1855). Entrambe le esperienze furono per lui difficilissime, soprattutto la prima. Rendono testimonianza di ciò le Lettere a Virginia, le Lettere dall’esilio e le Lettere a Teresa. A Torino rinunziò al sussidio del governo piemontese per guadagnarsi da vivere mediante lezioni private, un incarico in un istituto per signorine di buona famiglia e conferenze dantesche dalla intensa ma sorvegliata impostazione romantica (esaltazione dei “grandi caratteri” e delle “grandi passioni”). La prolusione al corso di conferenze dantesche, su Pier delle Vigne, stenografata da A. D’Ancona, fu pubblicata sulla «Nazione» di Firenze. Collaborò a giornali fiorentini e torinesi: lo «Spettatore», il «Cimento», il «Piemonte» e la «Rivista contemporanea». Importanti furono anche gli articoli politici, pubblicati sul «Diritto» di Torino, specie quelli scritti nel vivo della polemica murattiana; in essi D. S. sostenne la soluzione nazionale unitaria, non senza fiducia nella iniziativa piemontese. L’ambiente dei letterati torinesi gli era però in larga misura ostile. La freddezza dell’ambiente, appena attenuata dalla calda amicizia dei compagni d’esilio A. C. De Meis e D. Marvasi, fu aggravata dall’amore non corrisposto per un’allieva torinese, Teresa De Amicis.

Nel marzo 1856, D. S. lasciò Torino per l’incarico di Storia della letteratura italiana (con speciale attenzione a Dante e ai trecentisti) al Politecnico di Zurigo, ottenuto grazie all’interessamento di G. Morelli. Cominciò le sue lezioni nell’aprile del 1803 e le continuò fino al luglio 1860. A Zurigo ebbe contatti e strinse rapporti con personalità culturali e pensatori politici di rango europeo: R. Wagner, G. Herweg, J. Moleschott, F. De Boni e P. Ceroni, G. Passerini, i colleghi Burckhardt e Vischer. Lesse Quinet, Proudhon, Heine, Schopenhauer (sul cui pessimismo espresse giudizi severi), i poeti e i critici francesi. Si formò un orizzonte speculativo originale attraverso un confronto serrato con il pensiero estetico hegeliano, conservato e superato. Trattasi di uno snodo cruciale, che attende di essere studiato senza pregiudizi ideologici. Grava a tutt’oggi su D. S.s, infatti, l’ipoteca marxista-gramscista secondo cui il suo storicismo procederebbe da quello di Hegel. La dialettica, struttura logica estranea e disparata rispetto allo storicismo, è stata giudicata cioè dai marxisti come una versione dello storicismo.

  1. S. accolse la tesi hegeliana della identità di forma e contenuto ma compì una felice elaborazione teoretica della indipendenza della poesia dal pensiero. Il tema dell’autonomia della poesia (e dell’arte) gli consentì di respingere l’esito estremo, adombrato da Hegel, della morte dell’arte e del suo dissolvimento nella forma superiore della filosofia. L’approdo a questi princìpi spianò la strada al successivo avvicinamento di D. S. al realismo. Egli si applicò a chiarire la differenza tra l’idea astratta della filosofia e l’idea concreta dell’arte, pervenendo alla definizione dell’arte come “forma”. La forma è da intendere non come ornamento o veste o apparenza, sibbene come trasfigurazione del «contenuto attivo nella mente dell’artista» e quindi coincidente con esso («tal contenuto tal forma»). Venivano così respinte le due ipotesi opposte dell’astratto contenutismo e del vuoto formalismo e nasceva il metodo critico desanctisiano, che aveva il suo fulcro nella ricerca della «situazione», cioè «della materia, messa in una posizione sua propria, nella sua personalità, con un suo carattere», e nella duplice distinzione tra la «fantasia» (facoltà creatrice che fonde contenuto e forma in una unità organica) e l’«immaginazione» (che si limita a radunare il materiale descrittivo) e tra il «poeta», che esprime una robusta concezione della vita, e l’«artista», per il quale la perfezione formale è fine a se stessa. Inoltre, pur rimanendo interno all’area politica liberale e romantica, D. S. prese le distanze dal liberalismo “moderato”, del quale in anni successivi indicherà il poeta e il caposcuola in Manzoni e il pensatore politico-dottrinario in Gioberti, formulando giudizi storiograficamente non ineccepibili sull’ala liberale-costituzionalista e su quella neoguelfa del Risorgimento. D. S. abbracciava ora ideali democratico-liberali, in antagonismo a quelli da lui creduti liberali in senso stretto (già allora, de facto, scissi tra ideali proto-liberaldemocratici e ideali statalistici), ancorché restasse per lui prioritario l’obiettivo dell’indipendenza, dell’unità e della creazione di uno stato saldamente unitario.

Nel 1860, D. S. rientrò in Italia e si dedicò all’attività politica. Fu nominato da Garibaldi governatore della provincia di Avellino e svolse un ruolo di mediazione che contribuì a portare Garibaldi e il suo partito a collaborare con Cavour e ad accettare il plebiscito unitario piemontese. Assessore all’Istruzione nella luogotenenza napoletana, D. S. rinnovò in pochi giorni l’Università, destituendo tra l’altro i professori non all’altezza del compito. Alla fine del ’60, fu consigliere ordinario della Pubblica istruzione e membro della commissione incaricata di redigere il nuovo codice scolastico. Il 27 gennaio 1861 fu eletto deputato al primo Parlamento italiano (nel collegio di Sessa Aurunca, mentre non riuscì in Irpinia); il 9 marzo fu nominato segretario della Camera e infine, dal 1861 al 1862, ministro della Pubblica Istruzione nei governi Cavour e Ricasoli. Nel discorso di insediamento tenuto alla Camera il 13 aprile, D. S. dichiarò che sua prima cura sarebbe stata di provvedere all’istruzione popolare, mostrando così di essersi incorporato il punto più qualificante dell’operato dei liberali romantici. Lontano dall’estrema sinistra, D. S. prese le distanze dalla Destra e, dal 1862 al 1865, fu direttore del giornale «L’Italia», organo dell’Associazione unitaria costituzionale fondata da L. Settembrini nel 1863 con un programma laico e democratico-liberale.

Nel 1863 sposò Maria Teresa dei baroni Arenaprimo, ma il matrimonio non fu felice e non fu allietato dalla nascita di figli. Negli anni successivi, pur rimanendo politicamente attivo, pubblicò i Saggi critici (1866), il Saggio critico sul Petrarca (1869), e la Storia della letteratura italiana (1870-72). D. S. negò, in virtù dell’autonomia dell’arte, ogni legame immediato tra l’arte e le esperienze filosofiche, sociali e politiche, e oppugnò anche la tesi opposta dell’«arte per l’arte», elaborando la sua trattazione storiografica della letteratura come storia della coscienza nazionale, in cui quasi sempre salvava l’indipendenza e originalità delle singole opere.

Dopo l’occupazione di Roma e il trasferimento della capitale, D. S. attenuò il suo impegno politico. Nel 1871 accettò la cattedra di letteratura comparata nell’Università di Napoli e iniziò le lezioni della sua “seconda scuola” con la prolusione su La scienza e la vita, in cui precisò la sua posizione nei confronti del positivismo contemporaneo. Sosteneva la necessità di non separare la scienza dalla vita e di ristabilire l’unità dialettica di questi due momenti della realtà per ricostruire il tessuto morale dell’individuo e della nazione. La sua simpatia nei confronti del realismo naturalistico, manifestata negli scritti successivi (Studio sopra Emilio Zola, 1878; Zola e l’Assommoir, 1879; Il darwinismo nell’arte, 1883), fu temperata dalla disapprovazione per le rappresentazioni del reale che implicavano una degradazione del sentimento etico.

Passato alla sinistra, D. S. fu di nuovo deputato e per due volte ministro della Pubblica Istruzione nel 1878 e dal 1879 al 1881. All’attività politica congiunse una intensa operosità critica, testimoniata dai Nuovi saggi critici (1872) e dai quattro corsi universitari sul Manzoni (1871-72), sulla scuola cattolico-liberale (1872-73), su Mazzini e la scuola democratica (1873-74) e su Leopardi (1875-76): queste lezioni, raccolte da F. Torraca, furono pubblicate postume con il titolo La letteratura italiana del secolo XIX (1897). Scrittore di pagine autobiografiche tra le più vive della nostra prosa memorialistica, D. S. raccolse le sue impressioni di propagandista politico nel Viaggio elettorale (1896) e narrò la storia della sua educazione sentimentale e intellettuale nel frammento La giovinezza (postuma, 1889). Morì a Napoli, il 29 dicembre 1883.

 

Bibliografia

De Sanctis F., Mazzini e la scuola democratica, a cura di Muscetta C. e Candeloro G., Torino 1951 (Opp F. D S a cura di C. M.); Id., La letteratura italiana nel secolo decimonono. La scuola cattolico-liberale e il romanticismo a Napoli, a cura di Muscetta C. e Candeloro G., Torino 1951 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., Saggi critici, a cura di Russo L., Bari 1953, 3 voll. (Opp F. D S a cura di C. M); Id., Epistolario 1836-1856, a cura di Ferretti G. e Mazzocchi Alemanni M., Torino 1956 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., Epistolario 1856-1858, a cura di Ferretti G. e Mazzocchi Alemanni M., Torino 1965 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., Epistolario 1859-1860, a cura di Talamo G., Torino 1965 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., Storia della letteratura italiana, a cura di Gallo N., con introduzione di Sapegno N., Torino 1966, 2 voll. (Opp F. D S a cura di C. M); Id., Epistolario 1861-1862, a cura di Talamo G., Torino 1969 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., Un viaggio elettorale. Seguito da discorsi biografici, dal taccuino parlamentare e da scritti politici vari, a cura di Cortese N., Torino 1968 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., La giovinezza. Memorie postume seguite da testimonianze biografiche di amici e discepoli, a cura di Savarese G., Torino 1972 (fa parte di: Opere di Francesco De Sanctis a cura di Muscetta C.); Id., L’ arte, la scienza e la vita. Nuovi saggi critici, conferenze e scritti vari, a cura di Lanza M. T., Torino 1972 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., Il Mezzogiorno e lo Stato Unitario, a cura di Ferri F., Torino 1972 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., La crisi del Romanticismo. Scritti del carcere e primi saggi critici, Torino 1972 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., Epistolario 1863-1869, a cura di Marinari A., Paoloni G. e Talamo G., Torino 1993 (Opp F. D S a cura di C. M); Id., I partiti e l’educazione della nuova Italia, a cura di Cortese N., Torino 1993 (Opp F. D S a cura di C. M).

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