| Accedi

Dizionario del liberalismo (tomo II). Presentazioni e pubblicazione degli atti (Milano, 13 maggio 2015)

Presentazione del tomo II del Dizionario del liberalismo italiano, Milano, Palazzo Greppi, 13 maggio 2015. Interventi di Roberto Pertici, Tobias Leuker e William Spaggiari. (Tesi raccolti e inviati da Maria Gabriella Riccobono)

 

Tobias Leuker : Quando la mia carissima amica Maria Gabriella Riccobono mi raccontò del progetto, allora in fieri, di un Dizionario del liberalismo italiano, restai assai incuriosito. Avevo studiato in Italia nel periodo in cui il Partito Liberale Italiano si stava sciogliendo, e sapevo che, nei decenni che precedevano il mio soggiorno a Pisa, il paesaggio politico dell’Italia era stato caratterizzato da una rapidissima successione di governi dal personale sostanzialmente inalterato e dall’antagonismo perpetuo tra i democristiani e i comunisti, sospeso solo per un breve periodo alla fine degli anni Settanta.

In parallelo, in Germania c’era la Freie Demokratische Partei la quale, pur essendo piccola, entrava in quasi tutti i governi, o al fianco dei socialdemocratici, oppure insieme ai democristiani, e aveva nelle sue file personaggi di spicco, in primis l’eterno ministro degli esteri, Hans-Dietrich Genscher, uno degli architetti dell’unificazione tedesca e ancora oggi, a 88 anni, una delle voci più ascoltate tra i nostri politici. Da qualche anno, anche la FDP corre il rischio di sparire nel nulla – non è più rappresentata nel Bundestag – seppure, in alcune elezioni regionali degli ultimi mesi abbia riscosso successi inaspettati. Molti commentatori spiegano la crisi della FDP osservando che altri partiti, soprattutto i Verdi, rappresentino in maniera più credibile la difesa di valori liberali come i diritti dei cittadini, e attribuiscono ai nostri liberali un’eccessiva concentrazione sugli aspetti puramente economici del liberalismo.

Un tedesco mediamente colto associa sia il concetto di libero commercio, sia la difesa dei diritti civili con il periodo dell’Illuminismo. Dato il forte peso della Chiesa cattolica nella storia italiana dell’Otto e Novecento, mi chiedevo dunque quanto spazio ci potesse esser stato allora per lo sviluppo d’idee liberali nella Penisola appenninica, e se esistessero forme di conciliazione tra liberalismo e cattolicesimo. Tali domande, le potevo e le posso formulare non solo dal punto di vista di uno straniero, ma anche da quello del lettore auspicato dagli editori dell’opera che oggi stiamo presentando, cioè dalla prospettiva di una persona che non fa parte degli addetti al lavoro. I miei campi di ricerca, infatti, spaziano dal Medioevo al Barocco, e se è vero che ho letto I promessi sposi, I Malavoglia e La coscienza di Zeno, confesso apertamente che, almeno nei prossimi cinque anni, non ho nessuna intenzione di affrontare ricerche scientifiche su una delle epoche comprese tra il Romanticismo e i giorni nostri.

Che cosa, allora, ho imparato dalla lettura dei due volumi del Dizionario del Liberalismo italiano, il primo dedicato ad argomenti che spaziano dall’Agricoltura all’Università (questi i due lemmi estremi), il secondo, recentissimo, a una serie d’importanti personalità, da Abbagnano Nicola a Zincone Vittorio?

Iniziamo con tre punti di portata generale. Innanzitutto, ho capito che il DLI è un’impresa senza precedenti e che, inserendosi in una già cospicua fila di dizionari e lessici dedicati ad altri movimenti politici italiani, colma una lacuna. Poi ho notato che l’editore dei due volumi, Florindo Rubbettino, non è soltanto un uomo politicamente affine al liberalismo ma anche liberale in un altro senso, quello derivato dal sostantivo latino liberalitas. E ancora un’altra cosa mi è subito saltata agli occhi: il comitato di redazione, in cui, sia detto tra parentesi, mancano le donne, si è rilevato anch’esso liberale, tollerando notevoli differenze nella stessa concezione dei termini „liberale“ e „liberalismo“, termini sul significato dei quali non c’è, in effetti, unanimità. Il valore dei due volumi aumenta assai grazie a questa tolleranza, perché, nel loro insieme non privo di dissonanze, gli articoli del DLI permettono a ciascun lettore di formulare un concetto personale di liberalismo in base alla quantità e alla qualità delle numerose testimonianze addotte, non poche delle quali inedite.

Naturalmente, non mancano gli aspetti condivisi da tutti i collaboratori dell’impresa, ad esempio la convinzione che un pensatore francese, Benjamin Constant, ebbe un’importanza capitale per lo sviluppo del liberalismo italiano. La severa critica dell’astrattismo dei valori civili propagati dagli Illuministi, formulata da Constant in una serie di interventi a partire del 1819, ma maturata, come ribadisce Maria Gabriella Riccobono nella voce “Letteratura”, già prima nella cerchia di Coppet, era stata in qualche modo anticipata da Ugo Foscolo. La bella voce dedicata all’autore delle Ultime lettere di Iacopo Ortis da Giovanni Fighera mette in primo piano i numerosi passi del romanzo epistolare dai quali si può desumere la centralità del concetto di “libertà” nel pensiero dell’autore. Accanto a ciò, il contributo fa vedere come l’insistenza su questo valore in Foscolo vada spesso congiunta all’espressione di sentimenti patriottici e a un forte senso della storia.

Secondo il lemma “Romanticismo”, scritto con esemplare chiarezza da Stefano de Luca, il solo periodo liberale del romanticismo italiano sarebbe stato il cinquennio dal 1816 al 1821, caratterizzato da una fervida attività di scrittori come Giovanni Berchet, Ludovico di Breme, Pietro Borsieri e Silvio Pellico, da coloro dunque che collaboravano alla rivista Il conciliatore ed esortavano gli italiani a un profondo rinnovamento della loro letteratura, nel “risorgimento” della quale vedevano il principale mezzo per il “risorgimento” dell’Italia da loro ardentemente desiderato.

Diversa da quella di De Luca è la posizione dell’autore della voce dedicata a Silvio Pellico, Maurizio Serio, che mette al centro delle sue riflessioni sul liberalismo dello scrittore non gli articoli che questi scrisse nella sua giovinezza, bensì le opere pubblicate dopo la lunga incarcerazione allo Spielberg, a cominciare da Le mie prigioni. Come si vede, Serio non ha difficoltà ad accettare il concetto di un cattolicesimo liberale, e con lui si schiera anche Riccobono, la quale, restando fedele a questa sua posizione, inserisce tra i liberali anche un personaggio complesso come Niccolò Tommaseo, e lo può fare grazie a vari aspetti che lei stessa mette nel dovuto rilievo: la precoce lotta del poeta per la libertà della Grecia, il suo impegno patriottico-civile e i suoi tentativi, registrati con sospetto dalle autorità austriache, di promuovere la libertà di stampa.

Distinguendo nettamente tra liberalismo e altre ideologie, Riccobono ha buone ragioni di constatare la sostanziale estraneità al liberalismo di tutti i grandi autori che emersero nel periodo tra l’unità dell’Italia e la Prima Guerra Mondiale, da Carducci a D’Annunzio, Pascoli e Svevo. Per lei, è solo con Croce che, negli anni successivi alla Grande Guerra, rinasce un vero e proprio spirito liberale, ma è, aggiunge la studiosa, uno spirito oramai cosciente di essere minoritario rispetto alle forze d’attrazione esercitate dalle ideologie della destra e della sinistra.

A sua volta giustificabile, anche se a prima vista in stridente contrasto con la valutazione appena riassunta, pare il giudizio formulato dalla redazione del DLI nell’“Introduzione” al primo volume. Sostiene il comitato che, guardando all’Italia unita, “è innegabile che fino al primo conflitto mondiale la grande cultura, nei vari campi del sapere, si sia identificata con quella liberale”. Come mostra la voce “Musicisti”, redatta da Antonio Rostagno, già durante il Risorgimento la produzione operistica contribuì notevolmente alla diffusione di valori liberali, e grazie a Giuseppe Verdi e altri essa mantenne questa funzione anche nei primi decenni dopo il raggiungimento dell’unità nazionale. Secondo le illuminanti pagine di Rostagno, la vena liberale del maggiore compositore dell’Ottocento italiano non si manifestò soltanto nelle sue opere, ma anche nella sua lotta per i diritti d’autore, per l’autonomia del settore culturale, messa in pericolo da fautori radicali dell’economia di mercato che erano riusciti a imporre l’abolizione delle sovvenzioni pubbliche, nonché per una sostanziale laicità dello stato italiano.

Chi insiste su quest’ultimo aspetto, come Andrea Quaini nella voce che tratta di Giosue Carducci, non ha difficoltà di avvicinare ai liberali anche l’autore dell’Inno a Satana, e, in effetti, il poeta-professore, nel 1886 e nel 1890, si candidò in due occasioni nelle file di un partito anch’esso avvicinabile al liberalismo.

Nel Dizionario non mancano voci dedicate a letterati italiani che restarono sostanzialmente estranei al liberalismo, quali Giacomo Leopardi. L’autrice che presenta il poeta di Recanati, Anna Maria Salvadé, illustra bene il fallimento dei tentativi effettuati da importanti personaggi classificabili come liberali moderati, gli intellettuali fiorentini che gravitavano intorno alla rivista Antologia, di coinvolgere lo scrittore nei loro progetti, e non lascia dubbi sull’astrattezza di certi passi dei Pensieri che paiono appoggiare idee liberali. Del resto anche Riccobono, nella già citata voce “Letteratura”, aveva rilevato la totale incompatibilità del pessimismo essenziale del Leopardi maturo con un qualsiasi impegno civile.

Non solo negli ultimi due contributi menzionati, ma anche in molte altri, ad esempio in quello dedicato ai “Salotti”, dovuto a Maria Luisa Betri, e quello centrato sul “Teatro”, scritto da Maria Teresa Antonia Morelli, va apprezzata la prudenza degli autori, attenti a non rivendicare per il liberalismo quello che non gli appartiene. Così Betri, pur ammettendo una tendenziale apertura dei salotti letterari dell’Ottocento verso la borghesia e i valori civili, insiste sul carattere reazionario di molti circoli culturali del secolo, e Morelli, se ribadisce l’alto prestigio acquisito dal teatro nella società borghese dell’Italia unita, non manca di ricondurre le cause della fioritura di un teatro dialettale nella seconda metà dell’Ottocento alla paura diffusa di un centralismo laico imposto dal Settentrione.

Di un fenomeno complessivamente poco noto, il rapporto tra “Pittura e Risorgimento”, si occupa Gabriele Borghini in una delle voci del primo volume. In una lucida esposizione, l’autore fa vedere i generi e i modelli, di regola francesi, della pittura che documenta i momenti salienti dello sviluppo che portò all’unità dell’Italia. Tra i quadri dipinti a questo scopo, si trovano sia ritratti di personaggi anonimi elevati al rango di rappresentanti emblematici di determinati gruppi sociali, se non addirittura dell’intero popolo italiano, che vasti affreschi celebrativi commissionati da enti pubblici. Come si evince dall’articolo, la pittura risorgimentale iniziò non prima del 1859, e quindi più di quarant’anni dopo la genesi dei primi testi letterari che promovevano la lotta per l’unificazione della Penisola appenninica.

Borghini chiude la sua trattazione con alcuni paragrafi dedicati ai primi esperimenti di documentazione fotografica di avvenimenti bellici, svoltesi intorno al 1860 proprio sui campi di battaglia italiani, e insiste sull’importanza di certe fotografie di Garibaldi e altri protagonisti del Risorgimento per l’immagine che di loro si stava creando nella memoria collettiva italiana. Ugualmente rilevante in questo senso sarebbe stata la diffusione di fotografie che riproducevano scene cruciali degli affreschi politici appena menzionati.

Che le periodizzazioni politiche non vadano necessariamente di pari passo con quelle della Storia della letteratura, lo dimostra il confronto tra i lemmi “Restaurazione” e “Risorgimento” da un lato, e “Romanticismo” dall’altro. Mentre i primi due, dovuti a Danilo Breschi e Zeffiro Ciuffoletti, dipingono, per il periodo dal Congresso di Vienna al 1861, una traiettoria (tutto sommato) ascendente del liberalismo in Italia all’insegna del costituzionalismo, coronata dall’azione di Cavour per l’unità del paese, Stefano de Luca, come accennato sopra, ravvisa posizioni veramente liberali solo nel primissimo periodo del romanticismo italiano. Ciò non toglie però che i tre lemmi nel loro insieme offrano al lettore un quadro molto denso dell’epoca, e lo stesso effetto risulta da qualsiasi lettura del DLI che integri alcune delle voci biografiche del secondo tomo con lemmi concettuali loro riferibili del primo. Nella coesistenza di questi due tipi di articoli sta indubbiamente un grande pregio del Dizionario del Liberalismo italiano: l’opera è al tempo stesso enciclopedia e raccolta di biografie. Del resto, anche le biografie, nella loro stragrande maggioranza, hanno un taglio che le distingue nettamente dalle voci di uno strumento quale il Dizionario Biografico degli Italiani: pur fornendo anch’esse le informazioni anagrafiche essenziali, le vite accolte nel DLI sono di regola incentrate sugli aspetti che mettono i personaggi ritratti in una stretta relazione con il movimento liberale, non importa se armonica o conflittuale. Conforme a questa focalizzazione contenutistica, anche le bibliografie che chiudono ciascuna delle voci del DLI sono più specifiche di quelle del DBI.

Tra i lemmi umanistici del primo volume del DLI, due meritano una menzione particolare per offrire un percorso particolarmente istruttivo e originale attraverso i due secoli coperti dall’opera. Da un lato il lemma “Letteratura” di Riccobono, che, tra i valori liberali, privilegia chiaramente la libertà dello spirito e giunge così a vedere le più pure manifestazioni del liberalismo italiano della seconda metà del secolo scorso nelle opere di scrittori che aderivano al Partito Radicale di Marco Pannella; dall’altro lato Roberto Pertici, il quale ci invita a un affascinante viaggio attraverso il paesaggio delle riviste liberali che fa prima vedere il legame sorprendentemente stretto tra gli autori del Conciliatore e la tradizione illuministica del gruppo milanese del Caffè, mette poi in luce i vivacissimi dibattiti suscitati da periodici di orientamento liberale, specie nell’età giolittiana, e descrive infine il declino dei loro successori negli anni Sessanta, causato non da ultimo dalle scissioni interne a un movimento che mostrava innegabili sintomi di stanchezza.

Seppure il comitato promotore del DLI non si sia proposto di ridare vita al liberalismo italiano – come si sarà notato, la pubblicazione è rigorosamente scientifica e pluralistica –, i due volumi dell’opera, fornendo un ricchissimo e ben articolato repertorio delle idee liberali e della loro fortuna storica nella Penisola, permettono senz’altro di riflettere sulle possibili basi future di un atteggiamento politicamente liberale nel paese di Dante, Foscolo e Croce.

William Spaggiari: Tre elementi si impongono all’attenzione di chi scorra le pagine proemiali di questo Dizionario del liberalismo italiano: la massima libertà di espressione (il comitato promotore e la redazione non sono intervenuti sui giudizi che gli autori delle oltre quattrocento voci biografiche hanno inteso formulare, perché qualsiasi suggerimento avrebbe costituito una sorta di violazione); la fisionomia dei collaboratori, appartenenti a scuole e orientamenti diversi, e in ogni caso individuati sulla base di specifiche competenze (storiche, giuridiche, economiche, letterarie); il fatto che, come si legge nell’Introduzione al secondo volume, “l’opera non ha avuto né finanziamenti pubblici né privati, garantendosi così la piena autonomia rispetto a qualsivoglia gruppo accademico, culturale e politico, e risponde soltanto a criteri scientifici”.

Sulla base di questi presupposti, pienamente rispettati, si è potuto delineare (con inevitabili esclusioni, ma anche con importanti annessioni) un quadro di quanti hanno intrattenuto, nell’età moderna, un rapporto dialettico con l’idea liberale (per quanto quest’ultima possa risultare sfuggente o diversa in rapporto ai tempi), e di coloro che in quelle prospettive (da intendersi in senso lato) sono rientrati, anche soltanto per un certo periodo, venendo da altre esperienze o approdando poi a esiti diversi, ma recando un apporto significativo, utile a rafforzare i fondamenti e le correnti del liberalismo.

Ora, proprio per il continuo “farsi” di quel pensiero e di quelle idee, il panorama risulta assai ampio, e difficilmente riconducibile a parametri chiari. A voler forzare i termini, o a sondare i territori di confine, si potrebbe sostenere che persino dal fronte del socialismo libertario e delle correnti internazionaliste, peraltro povere di indicazioni intorno al futuro assetto dello Stato, provenissero nel secondo Ottocento istanze liberali, principalmente sul versante dell’istruzione e dell’educazione, i cardini che tutti, in vario modo, allora individuavano come strumenti per l’emancipazione sociale; “il fine ultimo della civiltà è la libertà dell’individuo in una società retta da patti liberi”, proclamava Francisco Ferrer, il pedagogista anarchico spagnolo apprezzato da Giovanni Pascoli. Ma il Dizionario evita questo rischio di onnicomprensività, che avrebbe reso sfocato e approssimativo il discorso, e individua alcuni punti fermi per i vari àmbiti nelle voci tematiche del primo volume, a cominciare da quella (una delle più ampie) che Maria Gabriella Riccobono dedica alla Letteratura; un eccellente punto di partenza, come del resto lo sono le analisi parallele che hanno attinenza con la categoria di letteratura (Illuminismo e Romanticismo, Riviste, Teatro, la sintetica voce Giornalismo di Piero Ostellino). Allo stesso modo, date le connessioni tra letteratura, vita civile, insorgenze politiche dell’Ottocento, cooperano all’assunto le sezioni di orientamento più strettamente storico, che secondo una periodizzazione a grandi linee si possono raggruppare in Bonapartismo, Restaurazione, Carboneria, Risorgimento, Esuli, Federalismo, Mazzinianesimo, Massoneria, Positivismo, o anche Patria e Libertà di stampa; ma sono da tenere in conto anche quelle sulle istituzioni (Università, Scuola e istruzione), su territori limitrofi come Pittura e discipline artistiche, sul ruolo dei centri di aggregazione (i Salotti, il cui quadro è tracciato da Maria Luisa Betri).

Riccobono opera una utile distinzione sul fronte delle posizioni di quel vasto ed eterogeneo fronte cattolico che molto si adoperò per l’unificazione italiana e per la instaurazione di un ordine politico liberale, pur con obiettivi e metodi diversi; si pensi alle posizioni critiche assunte dal neoguelfo Gioberti nei confronti degli “errori filosofici” di Rosmini. Sul versante della cultura laica, la voce Letteratura muove da Francesco De Sanctis, che dopo l’esperienza dell’esilio si pone come crocevia fra impegno culturale e vita politica, per illustrare le differenti connotazioni: il liberalismo, abbastanza rinunciatario sul piano dell’azione, che si può ricondurre alla scuola manzoniana (o, meglio, agli epigoni di Manzoni); l’affermarsi, in parallelo, di un principio liberale in senso democratico, ma non operativamente rivoluzionario (se non nelle frange estreme); l’influsso esercitato sulle generazioni successive dalla letteratura civile della prima avanguardia romantica, quella dei polemisti del 1816, dai quali venne, se si vuole in maniera anche frammentaria, un programma di diffusione del sapere in cui poligrafi, traduttori, giornalisti, insegnanti si collocavano a metà “tra il genio che crea e la moltitudine che impara”, tra élites intellettuali e fruitori della letteratura, costituendo una categoria intermedia capace di cooperare alla creazione di una vera coscienza politica. Alle origini di questo progetto, generoso quanto alla prova dei fatti realizzato solo in parte per la dispersione di quei protagonisti, carcerati o esiliati dopo il 1821, stavano le ragioni di un pensiero progressivo che si era venuto definendo nell’arco di un secolo, da Giambattista Vico agli illuministi, dal Foscolo della prolusione pavese del 1809 alle sollecitazioni d’oltralpe. È anche grazie a questi letterati, fautori e interpreti di una avanzata e positiva “medietà” delle lettere, che prende corpo una moderna opinione pubblica, sostenuta da una industria editoriale che, nella prima metà dell’Ottocento, si apre alle richieste del mercato e a un processo di diffusione delle idee attraverso libri, pamphlets, giornali; quel “vasto movimento di cose e di idee” di cui Cattaneo, nelle Notizie naturali e civili sulla Lombardia (1844), coglieva la novità e il valore, e che soprattutto a Milano e nel Lombardo-Veneto poté reggere bene il confronto con l’Europa più avanzata.

Muovendosi in questo intreccio di idee e propositi, Maria Gabriella Riccobono individua alcune personalità di rilievo: il cattolico Cantù, il “progressista” ma poi conservatore Berchet (è sempre motivo di sconcerto vedere quante intelligenze della generazione del ’21 e del ’31 andarono perdute dopo lo Spielberg e l’esilio), il repubblicano e federalista Cattaneo, la religiosità contraddittoria di Tommaseo, le istanze democratiche che innervano il capolavoro di Manzoni, le scelte anche contraddittorie di certa Scapigliatura; e parla giustamente, per tornare ai protagonisti delle dispute letterarie della prima Restaurazione, del “Conciliatore”, anche se forse si dovrà ammettere che l’importanza del giornale romantico (poco più di duecento abbonati) fu in buona parte amplificata dalla storiografia romantico-risorgimentale, mentre la linea vincente, cui pure Riccobono dedica osservazioni illuminanti, è rappresentata dal riformismo moderato della fiorentina “Antologia” e del circolo del Vieusseux, intorno al quale gira, ma con un’orbita a dir poco irregolare, Giacomo Leopardi, amico di quei democratici fiorentini ma riluttante ad accoglierne le istanze, e progressivamente incline a teorizzare l’inutilità di ogni azione tesa al riscatto.

Gli esiti del processo di unificazione portarono alla luce contraddizioni e spinte centrifughe che, fino a quel momento, la lotta per l’indipendenza aveva in qualche misura tenuto a freno. Nel primo cinquantennio post-unitario le diverse linee che si fronteggiano nello stato nazionale monarchico determinano una perdita di sostanza delle motivazioni propriamente letterarie, fra il disagio esistenziale degli Scapigliati, il giacobinismo spinto del giovane Carducci, il socialismo umanitario e nazionalistico di Pascoli, il simbolismo decadente e aggressivo di D’Annunzio, il pessimismo di un Pirandello del tutto privo di fiducia nella democrazia liberale, cui, nella fase immediatamente successiva, si potrà forse accostare l’analisi della nevrosi del vivere nei romanzi di Italo Svevo.

Molto frastagliato è in effetti il panorama letterario del nuovo secolo, nel quale comunque i fermenti di un pensiero liberale variamente declinato affiorano nel ribollente settore della pubblicistica periodica, nella religione della libertà e nel senso della responsabilità etica di Benedetto Croce (ragioni e metodi che vengono portati avanti dai crociani, fossero liberali o cattolico-liberali, come Momigliano e Flora, o – scrive la Riccobono – attratti dalla “sirena marxista”, come Luigi Russo e Walter Binni), nel percorso di scrittori (Vittorini, Silone, Pavese, Calvino, Pasolini, Sciascia; e basterebbe ricordare i molti punti di contatto di Eugenio Montale col pensiero liberale) i quali, una volta venuta a mancare l’unità di intenti richiesta dall’esigenza di fronteggiare il fascismo, alterneranno la produzione narrativa, sviluppata sull’eredità del neorealismo, con l’impegno civile di una prosa saggistica intesa a scandagliare gli aspetti di una realtà difficile e confusa, che li vedrà poi organizzarsi in prevalenza, stante la forte attrazione esercitata dalle ideologie di destra e di sinistra, all’interno delle nuove organizzazioni politiche o, per contro, assumere posizioni del tutto eccentriche rispetto al sistema.

In effetti, non è facile, nel Novecento, individuare orientamenti condivisi. Il secolo è sicuramente molto affollato, ma sembra vivere più di singole personalità di eccezione, come Benedetto Croce; il catalogo allinea personalità diverse come Alvaro, Boine, Brancati, Prezzolini, individualità fortemente caratterizzate come Ennio Flaiano e Piero Chiara, fra gli estremi di un grande prosatore come Beppe Fenoglio e di un grande poeta come Eugenio Montale (entrambi passati in rassegna dalla Riccobono nel secondo volume del Dizionario). Non si dovrà poi tralasciare un promotore di cultura come Raffaele Mattioli; che letterato non fu, e che, come scrive Ludovico Festa, mai abbandonò una certa impostazione di intellettuale aristocratico, ma che comunque ebbe il merito, a prescindere dalle imprese del settore economico, di adoperarsi per salvare il manoscritto dei Quaderni del carcere di Gramsci e di promuovere e finanziare nell’immediato dopoguerra, quando ben altre sembravano le urgenze, una Collana di testi classici della letteratura come patrimonio nella nuova Italia. Su quelle basi Mattioli era convinto che si dovesse operare la rinascita, nonostante le riserve di chi, come Togliatti, suo amico e come lui di formazione umanistica, riteneva che in quel momento altre fossero le priorità.

Le premesse teoriche fissate nelle aree tematiche del primo volume del Dizionario trovano, come si diceva, adeguato sviluppo nei profili biografici del secondo. Le circa quaranta voci letterarie privilegiano dunque, se non altro in termini numerici, l’Ottocento nei confronti del Novecento, con uno scarto storicamente comprensibile, e certamente riferibile per un verso all’impegno politico in chiave indipendentista e nazionale allora prevalente, e per l’altro, in misura maggiore, alla non ancora maturata separazione, o distanza critica, fra letteratura e vita civile (separazione che, in non pochi casi, andrà affermandosi nel seguito), per cui era quasi inevitabile che, prima e dopo l’Unità, fossero a pieno titolo letterati anche gli uomini politici e i grandi statisti (Balbo, Bonghi, Cattaneo, De Sanctis, Gioberti, Mamiani, D’Azeglio).

Secondo una categorizzazione che obbedisce a ragioni di comodo e di chiarezza, si può dire che nel XIX secolo esercitarono la letteratura gli esuli e i prigionieri politici, da Pellico a Settembrini; e poi gli storici (Pietro Coletta), i giornalisti (Cuoco; e vi rientrano Confalonieri, Sismondi, ancora Silvio Pellico, Romagnosi, anche per il ruolo che ebbero nel “Conciliatore”), i patrioti (Poerio, Gabriele Pepe, la linea “meridionale” che va da Basilio Puoti a Melchiorre Delfico al già ricordato Settembrini). E tutt’altro che estranea alla letteratura fu l’unica donna di questa rassegna, Cristina di Belgiojoso, della quale Fiorenza Taricone mette in luce l’intensa attività politica condotta nel salotto parigino che ospitò Gioberti, Cavour, Mamiani, l’opera di propaganda attraverso la stampa periodica, il ruolo di riformatrice prima e dopo il ’48 e le vicende della Repubblica romana. Su tutti, si innalza Giuseppe Mazzini, non solo per il ruolo politico (è il tema delle pagine di Arturo Colombo), ma anche per quello, che corre parallelo, di restauratore del culto di Dante, di editore di Foscolo, di “letterato” in senso proprio; la prima opera di Mazzini stampata appena al di fuori dei confini del Lombardo-Veneto, nella tipografia della Svizzera italiana, è appunto una raccolta di Scritti letterari in tre volumi, presentati come opera di “un italiano vivente”.

Ma la lettura di uno strumento come questo Dizionario può benissimo procedere secondo interessi, sollecitazioni, curiosità anche personali. Ci si può limitare a due nomi, agli estremi cronologici; ovvero il più antico e il più recente, o uno dei più recenti, nell’arco di tempo considerato. Da una parte sta dunque Lorenzo Da Ponte, qui giustamente proposto (nel profilo di Francesco Bissoli) per molti elementi convergenti: l’attività di precettore in senso marcatamente liberale, il magistero pubblico nel Seminario di Treviso, cui non furono estranee le sollecitazioni del pensiero di Rousseau (Da Ponte spinse gli allievi a confrontarsi su tematiche come il rapporto fra legislazione, società civile e felicità umana, con grave scandalo delle autorità); e poi ancora gli spiriti libertari e libertini che attraversano i tre libretti per Mozart; e infine, nell’ultima parte di una lunghissima esistenza, la promozione della cultura italiana negli Stati Uniti. All’altro estremo della cronologia troviamo, nelle pagine di Fabio Grassi Orsini, un’altra figura singolare, quella del cantautore genovese Bruno Lauzi (scomparso pochi anni fa), che divenne militante liberale alla scuola di Piero Chiara (allora segretario della Federazione liberale di Varese), con una scelta controcorrente che gli costò non poco sul piano dell’affermazione nel mondo dello spettacolo, e che venne portata avanti fino alle soglie degli anni Novanta, in maniera spesso polemica anche verso le scelte del partito (l’autobiografia “in controcanto” di Lauzi, genovese di adozione, pubblicata nel 2006 col bel titolo Tanto domani mi sveglio, è la testimonianza di questa scomoda passione etica).

Converrà comunque fermare l’attenzione, ancora nell’ambito letterario, su alcune figure dell’Ottocento la cui connessione col liberalismo è fuori di dubbio: l’antesignano Foscolo illustrato da Giovanni Fighera, che svolge considerazioni limpide sul carattere politico delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, sulla caduta delle speranze riposte dal giovane poeta in Napoleone (dapprima “liberatore”, poi artefice di una nuova tirannide), sull’ispirazione libertaria delle tragedie e delle prose letterarie e di eloquenza civile; Tommaseo, che Maria Gabriella Riccobono colloca (con gli scritti letterari e linguistici, con la prosa narrativa e con l’impresa “nazionale”del Dizionario della lingua italiana) “in una posizione singolare e originale tra l’area del federalismo democratico e l’integralismo cattolico di Gioberti”; Manzoni, del quale ancora Riccobono descrive il percorso dagli anni di formazione (a contatto con gli idéologues) e dalla moralità civile degli scritti anteriori alla conversione (quando Alessandro familiarizzò, fra l’altro, con gli esuli napoletani del 1799), fino agli influssi esercitati su di lui da Rosmini e da Luigi Tosi, suo direttore spirituale, per arrivare alle prese di posizione in senso liberale, caute fin che si vuole, data la sua connaturata indole, ma pur sempre esplicite (la soluzione indipendentista prospettata nel 1814 col Proclama di Rimini, le odi civili, l’appoggio alle Cinque giornate, il voto per il trasferimento della capitale a Firenze).

Ma assai stimolanti sono, ancora nel secolo XIX, le biografie di Giacomo Leopardi e di Giosuè Carducci; due figure che forse potrà sembrare strano trovare in un Dizionario del liberalismo.

La traiettoria ideologica di Leopardi delineata da Anna Maria Salvadè muove dall’Orazione per la liberazione del Piceno, all’indomani della sconfitta di Gioacchino Murat a Tolentino nel 1815; un testo permeato di spiriti legittimistici, ma già orientato, secondo le diffuse speranze del tempo, a vedere nel ritorno all’ordine la condizione indispensabile per garantire la felicità dei popoli. Le canzoni giovanili, di poco successive, erano segnate da un patriottismo individualistico, eroico e tutto letterario, ma dovettero comunque lasciare il segno, se è vero che la canzone ad Angelo Mai venne letta allora come esempio di “orribile fanatismo” liberale, proibita nel Lombardo-Veneto, giudicata dai carbonari come espressamente a loro indirizzata per incitarli alla lotta. Cadute quelle ragioni ideali, l’incompiuto Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, del 1824, segna l’inizio di un processo che porterà Leopardi a negare la stessa possibilità di esistenza di una società nazionale in Italia. È da quel momento, all’altezza della sintesi filosofica delle Operette morali, che si impongono la presa di distanza dal progressismo dell’intellettualità fiorentina, la convinzione che l’umanità non è che una minima parte dell’universo, l’idea della inutilità delle scienze positive.

Ci si può allora meravigliare che più tardi, intorno al 1830, Leopardi fosse sorvegliato dalle gendarmerie dello Stato della Chiesa e del Lombardo-Veneto (un confidente della polizia austriaca lo segnalava come appartenente al gruppo dei “famigerati liberali o settari” attivi a Firenze); e che nel 1831 venisse eletto deputato della provincia delle Marche all’Assemblea nazionale convocata a Bologna dal governo provvisorio. La nomina non ebbe seguito, perché subito dopo gli austriaci restauravano il dominio pontificio; e pochi mesi dopo Leopardi, sgravato di quella ingombrante e non voluta responsabilità, poteva dichiarare il proprio definitivo distacco dalla politica (“credo, anzi vedo che gl’individui sono infelici sotto ogni forma di governo; … e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d’individui non felici”, 5 dicembre 1831).

Non erano mancati, tuttavia, elementi di apertura a una moderna socialità, e persino alle ragioni della libera iniziativa e della prosperità del vivere civile. La Salvadè ha isolato, nei Pensieri e nel mare magnum dello Zibaldone, alcune riflessioni databili al 1823-26, quindi cronologicamente intermedie fra gli spiriti eroici degli anni giovanili (“io solo / combatterò, procomberò sol io” della canzone All’Italia) e il rifiuto di qualunque ipotesi di sociabilità e di condivisione delle utopie della modernità: la perfezione dell’economia pubblica consiste “nel conoscere che bisogna lasciar fare alla natura”, e che quanto l’industria è più libera “tanto meglio camminano gli affari della nazione”; molti Paesi sarebbero ricchi e felici se il governo “non cercasse di farli tali, usando a questo effetto dei mezzi (qualunque) in cose dove l’unico mezzo che convenga si è non usarne alcuno, lasciar fare alla natura, come per esempio nel commercio che è più prospero quanto è più libero, e men se ne impaccia il governo; una delle più alte leggi della politica è quella di “lasciar fare più che si può, libertà più che si può”. D’altra parte, è significativo il fatto che nell’indice analitico dello Zibaldone Leopardi abbia registrato, come voce a sé stante, proprio il termine “liberalismo”.

Dell’ultimo Leopardi molto si è discusso (Luporini, Binni, Timpanaro, Carpi) dopo la fine della pregiudiziale crociana, che aveva imprigionato il poeta in una dimensione idillica e sentimentale. Dal combattivo confronto con la contemporaneità, ma sotto la veste favolosa di una prosecuzione del poema pseudo-omerico sulla battaglia dei topi e delle rane, nasce l’opera più inquietante e “terribile” (così la definì Gioberti) degli ultimi anni, il poemetto eroicomico dei Paralipomeni della Batracomiomachia, che affronta le vicende del presente con i lampi di una ironia amara e sferzante, in cui le posizioni reazionarie dei granchi, ottusi e spietati (immagine degli austriaci) sono deplorate al pari di quelle dei topi (i liberali italiani), inconcludenti, confusi e velleitari nei loro progetti insurrezionali. In questa luce, anche la famosa formula della “social catena” che, nella parallela e coeva Ginestra, dovrebbe unire gli uomini contro il comune nemico, non ha certamente le valenze ideologiche e politiche che certa critica ha voluto intravvedere, ma andrà ricondotta a ragioni di ordine etico, a motivi di solidarietà fondata sulla consapevolezza del vero, di fratellanza sociale alla maniera di Rousseau.

Nel Carducci poeta della “terza Italia” Andrea Quaini coglie giustamente i tratti che ne fecero un ineludibile punto di riferimento della nuova nazione; e ne sottolinea la rilevanza di una forma mentis liberale che gli derivò dal padre “carbonaro e manzoniano”, poi declinata di volta in volta (di qui le accuse di incoerenza che gli vennero mosse) in rapporto alle occorrenze delle vicende politiche e civili. Solo richiamandosi (come non sempre si è fatto) agli elementi di una necessaria storicizzazione si può infatti spiegare il succedersi, per un autore così fortemente implicato nella storia e persino nella cronaca, dell’invettiva giacobina dei Giambi ed epodi, dei pronunciamenti antioscurantisti dell’Inno a Satana, dell’entusiasmo per Garibaldi, dell’esercizio di una poesia civile ancorata ai fatti, che poteva dunque ospitare termini di per sé contrastanti (i sonetti rivoluzionari del Ça ira e i versi per la regina d’Italia e per la monarchia, vista come unica garanzia dell’unità del Regno), non senza le suggestioni di quei motivi massonici che orientarono Carducci verso una idea, profondamente avvertita e rimasta sempre salda e coerente, di “laicizzazione della vita pubblica”, fino all’impegno politico diretto come senatore schierato col governo forte dell’ex garibaldino Crispi.

La presenza di Leopardi e Carducci, autori nei quali le ragioni di un pensiero liberale affiorano con intermittenza, è la testimonianza di una encomiabile apertura di orizzonti, dell’autonomia di giudizio che i promotori hanno voluto sempre garantire, in una parola del carattere aperto e innovativo di questo Dizionario.

Lascia un commento

il tuo IP è... = 54.198.96.198